Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Se c’è una domenica dell’anno liturgico in cui mi sento maggiormente in crisi nel proporre una riflessione credo senza alcun dubbio sia quella della Santissima Trinità. Da una parte so che in ogni riflessione mi trovo direttamente o indirettamente a parlare di Dio, dall’altra sono consapevole che quando si parla di Dio o su Dio si può dire tutto e, nello stesso tempo, dire niente. Proprio per questo sento la necessità di parlarne e scriverne con estrema delicatezza e umiltà, perché Dio è un mistero immenso che non si può catturare, è un mistero intimo dinanzi al quale bisogna “togliersi i calzari dai piedi”; al massimo si può contemplare, bisbigliare o sussurrare qualche parola o intuizione. Inoltre, credo che questa solennità non ci chieda di scervellarci su Dio, di filosofeggiare su di lui: più che ragionare o pensare su di lui, sento che è necessario che ognuno di noi condivida la propria esperienza personale.
Riflettere insieme su Dio, quindi, ci può portare a mettere assieme i tasselli delle nostre intuizioni, delle nostre storie, delle nostre esperienze; tuttavia, è onesto riconoscere che sarebbe ancora un mosaico incompleto. In fondo, ho sempre pensato che Dio sia quella realtà immensa che per quanto sia stata definita non senza dispute, conflitti, divisioni, non si smetterà mai di esprimere e di svelare, perché Dio vive e esiste e non può essere assolutamente rinchiuso in un dogma o in alcune definizioni, nonostante siano fondamentali. La bellezza e la complessità del nostro credere sta proprio qui.
L’esperienza di Dio non è disincarnata ma cresce, vive e si svela in tutte le dimensioni e le realtà umane. E sarebbe davvero triste se Dio in noi fosse una realtà statica o infantile. Perciò diventare adulti nella fede significa far evolvere e maturare in noi la realtà infinita di Dio alla luce della Scrittura e soprattutto del Vangelo. È umanamente legittimo che nel cammino di evoluzione della realtà di Dio vi siano stati, e vi siano per tutti, momenti di crisi, di dubbio, di indifferenza, passaggi che ci hanno fatto sorgere alcune domande esigenti e decisive. Ciò che ha fatto e fa la differenza è la nostra capacità di attraversare e affrontare i momenti di crisi come passaggi vitali di purificazione. E sono passaggi che richiedono di “abitare la notte”, di scendere in profondità dentro di noi, di chiederci quale sia stata la prima immagine di Dio che abbiamo sperimentato. Perché vi è un’immagine originaria per tutti: è quella che ci è stata trasmessa dalle figure educative che hanno caratterizzato i nostri primi anni di vita, che risentiva anche del contesto storico e religioso del tempo. Mi capita spesso di incontrare e ascoltare persone che si trovano a parlare di Dio e della loro esperienza e talvolta di constatare che l’immagine di Dio, nonostante le esperienze che hanno vissuto, il contatto costante con la Parola, con i contributi teologici arricchenti degli ultimi decenni, di fatto sia rimasta quella dell’infanzia e, quindi, l’immagine di un Dio rigido, giudicante, controllore, giusto. Tante volte mi sono fermato a riflettere sui motivi che talvolta ci portano a rimanere ancorati ancora a quella tipologia di immagine e mi trovo con umiltà a riconoscere che per taluni è più rassicurante un Dio che incarni quegli aggettivi e una determinata visione della vita.
Celebrare questa solennità potrebbe diventare, allora, una grande opportunità per liberarci dalle false immagini di Dio ma anche da qualsiasi retaggio, condizionamento, ricatto per entrare nell’esperienza del Dio di Gesù Cristo. Perché la liturgia e la Chiesa stessa non ci parlano di un Dio solitario e solipsistico ma di un Dio che è Trinità: cioè il cuore e il nome di Dio è la relazione. Dio è relazione, comunione di tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Si rispettano, si amano, vivono la propria specificità fino in fondo al punto che noi vediamo e contempliamo un unico Dio, perché il loro amore li rende “Dio”.
Se questa domenica celebriamo il mistero di un Dio che è Trinità, allora, in quanto creati “a immagine e somiglianza di Dio”, non possiamo non riflettere sul fatto che siamo chiamati anche noi a assumere nelle relazioni e nella vita comunitaria questo stile trinitario. In fondo, questa consapevolezza diventa il sigillo di ciò che abbiamo celebrato nel giorno di Pentecoste. La diversità che caratterizza ognuno può diventare un’opportunità di ricchezza, una scommessa per una vera comunione, per un’unità che non sia tanto uno slogan quanto un’esperienza autentica. Nella Trinità ciascuno ha la propria specificità: non ci si pesta i piedi, non vi sono rivendicazioni, gerarchie, interessi ma solo l’amore lega, fa vivere e crea unità. A Nicodemo come a noi, Gesù ricorda che l’amore è il vero volto di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Allora, fare esperienza di questo Amore ci educa a un autentico stile trinitario: a rispettare le nostre diversità e le nostre specificità, a liberarci dalle logiche del voler a tutti i costi convincere gli altri e del potere. Se riusciamo a incarnare tutto questo, allora diventiamo riflesso del suo Amore, specchio della Trinità. Proprio come avviene in una danza: ognuno conosce i passi e i movimenti da compiere; inoltre l’intensità, il rispetto e la conoscenza reciproca sono tali che non si vedono due o più persone che danzano ma un’unica realtà che vive, si muove e crea bellezza. Questo è il Dio di Gesù Cristo! Quindi, nelle nostre evoluzioni personali e nelle nostre relazioni, noi abbiamo l’opportunità di conoscere, sperimentare e rivelare chi è davvero Dio.