Idee
Nella gara fra i cinque sensi dell’era digitale, i risultati sono evidenti: il vincitore assoluto è la vista. Nel mondo perennemente iperconnesso in cui abitiamo, viviamo immersi in un flusso costante di parole e immagini. Gli schermi, grandi come i televisori che riempiono le pareti delle nostre case o piccoli come quelli che portiamo al polso al posto dei tradizionali orologi, sono fatti per essere guardati. La più interessante serie televisiva sull’impatto della tecnologia nella vita delle persone si intitola Black Mirror: specchio nero, quello dello smartphone su cui portiamo i nostri sguardi centinaia di volte al giorno.
Gli studiosi hanno calcolato che un uomo contemporaneo occidentale vede in un giorno lo stesso numero di immagini che un uomo del medioevo vedeva in tutta la sua vita. La realtà oggi è anzitutto fotografata ed esibita e il nuovo smartphone è scelto non per le sue qualità telefoniche ma piuttosto per la potenza del comparto fotografico e la grafica dello schermo.
A questo trionfo della vista non è scampata neanche una delle attività più fisiche e tattili dell’esperienza umana: la sessualità. Non stiamo minimamente riflettendo sulla riduzione della pratica sessuale, soprattutto nelle giovani generazioni. Anche l’intimità è sempre più mediata tecnologicamente, vissuta attraverso uno schermo e una telecamera: si fa sesso a distanza, ci si scambia immagini intime, sexting, cybersex, e poi la pornografia dilagante oltre ogni limite.
L’esempio dell’intimità, accanto alla conferma dello strapotere della vista, ci consegna anche il grande sconfitto di questa gara: il tatto. Non ci si tocca più, i corpi non si abbracciano.
Complice anche la pandemia, i cui effetti di fondo sono ancora ben evidenti, abbiamo introiettato una certa attitudine alla distanza tra le persone. Siamo meno disposti a essere toccati, sfiorati, urtati. Se prima del Covid la metropolitana stracolma risultava un terribile fastidio, oggi è percepita come un incubo da cui fuggire e proteggersi.
Il tatto è troppo coinvolgente, annulla le distanze, impone l’abbassarsi delle barriere di difesa, ci espone all’altro in modo totalizzante. Più comoda la vista: custodisce la distanza, offre facili vie di uscita, ci impegna meno. È meno costosa; anche meno coinvolgente. La debacle del tatto nella sfida con la vista ci consegna una vita leggermente più sicura, decisamente meno intensa. Il digitale è diventato il luogo ove questo spostamento si è consumato in modo assolutamente perentorio e diffuso.
Spesso si parla di educazione al digitale, soprattutto per le giovani generazioni, tanto immerse nel flusso delle immagini della vita onlife, quanto del tutto ignare e inconsapevoli di quello che vivono. A questo tema, giustamente, si associa la questione dell’educazione all’affettività. Si moltiplicano iniziative, corsi e sussidi, si invocano ore di lezione aggiuntive. Tutte iniziative lodevoli, seppur spesso soltanto teoriche, sostanzialmente scolastiche.
A chi mi chiede un parere su queste iniziative, suggerisco sempre di pensare un modulo di educazione al tatto, al grande sconfitto di questo nostro tempo. Educare ed educarci a toccare e toccarci, a riprendere cioè la misura delle relazioni e a far sì che l’incontro con l’altro non sia percepito anzitutto come un rischio da cui difenderci o come merce da sfruttare, ma come occasione per una vita rischiosamente più intensa.
Quando poi si parla di giovani, mi permetto anche di suggerire un esempio pratico di questa educazione al toccarsi: un’ora alla settimana di volontariato in casa di riposo con anziani allettati. Perché se c’è un’esperienza che fa crescere, che ridona la misura dei corpi, che fa scoprire l’intensità dell’incontro, che restituisce spessore alle relazioni, che educa al rispetto e alla cura, che impone tempi più lunghi, questa è l’accarezzare la mano di un anziano. Delicatamente, lentamente, appassionatamente.