Idee
Ogni giorno i media sono costretti dai fatti a dare notizie di morti. È un racconto con i criteri della cronaca che attraversa le guerre e le ingiustizie che sfregiano il mondo. Si aggiungono le morti nelle case, sulle strade, nelle piazze, nei luoghi del divertimento. Un racconto senza fine che provoca o dovrebbe provocare qualche pensiero controcorrente rispetto alla cultura della rimozione.
Alla morte viene negato qualsivoglia magistero, viene rimossa e a questa rimozione contribuiscono anche le conquiste tecnico-scientifiche. Diventa difficile accettarla come “sorella”, altrettanto difficile vederla come colei che accompagna un uomo e una donna nel cammino della vita.
Nell’anno che ricorda l’800° anniversario del transito di san Francesco che chiamò “sorella” la morte è inevitabile soffermarsi sul significato del vivere e del morire con la consapevolezza del limite dell’uomo e con il desiderio di scavare in quell’esigenza di infinito che è di ogni essere umano.
Ai piccoli, illudendosi di risparmiare loro l’esperienza del dolore, si evita di parlare della morte per poi scoprire dalle loro domande che questo tema è presente, per scoprire che anche se si spengono i video per risparmiare traumi i piccoli si imbattono comunque con l’esperienza della morte e su questo terreno con i loro “perché” prendono in contropiede gli adulti.
In tutto questo ecco “sorella morte” di Francesco che viene ricordato soprattutto per l’amore ai fiori, agli alberi, agli animali, all’acqua, alla luna, alle stelle e al sole ma niente o poco per il suo pensiero sulla morte.
“Se si parla di amore alla vita, alle persone, al creato – scrive suor Chiara Amata Tognali clarissa nel monastero di Lovere – noi ci sentiamo in sintonia con san Francesco, perché vive qualcosa che vorremmo vivere. Ma quando chiama sorella la morte senza nasconderne la crudezza (e anche senza morbosa attrattiva), ebbene, questo ci supera e perdiamo il contatto”.
Il contatto salta di fronte alle vittime della violenza e dell’odio, ai suicidi nelle carceri, a chi muore sul posto di lavoro, a chi viene ucciso in casa o mentre cammina sulla strada. Il contatto saltà quando muore una persona cara.
Com’è possibile dire che la morte è una “sorella”?
La risposta può essere cercata in due direzioni: la prima, per chi crede, è sul piano di una fede pensata e vissuta mentre la seconda, per chi non crede, è nella ricerca di un senso dell’essere nel tempo e nell’eterno. Entrambe sono ricerche interiori profonde e sono possibili quando la morte non viene ridotta nei numeri, nelle percentuali e nelle statistiche.
Ecco che “sorella morte” riporta i pensieri al bivio tra il nulla e l’infinito e lascia la scelta della direzione da prendere perché la fatica e la bellezza del cammino dell’uomo non vengano cancellate dalla mediocrità del vagabondaggio afinalistico.