Idee
Dalle 18 alle 20, dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica, niente. È lo spazio che la Questura di Trieste ha lasciato a chi distribuisce pasti e coperte ai migranti in piazza Libertà, davanti alla stazione centrale, dove ogni sera arriva chi ha attraversato la rotta balcanica con i piedi piagati e poco altro. Le prescrizioni, rivolte all’associazione Linea d’Ombra che in quella piazza c’è tutte le sere da sette anni, puntano a prevenire turbative dell’ordine pubblico e a tutelare la vita sociale e commerciale del centro, dopo settimane di presidio continuo delle forze dell’ordine e alcuni episodi di violenza.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Linea d’Ombra parla di pressione politica, il sindaco Roberto Dipiazza difende la linea delle regole: «La città non è un far west». E il 23 ottobre, da Zelarino, è arrivata anche la voce dell’Azione Cattolica del Triveneto: una nota firmata dalla Delegazione regionale e dalle presidenze di quindici diocesi, da Trieste a Verona, da Bolzano-Bressanone a Padova. Circa 24.000 soci, 900 parrocchie, una sola piazza.
Il primo gesto è un grazie. Perché a Trieste, a pochi passi dalla stazione, c’è una Chiesa che accoglie e cura, spesso senza far rumore: la Diocesi e la Caritas, i medici volontari di DonK, Spazio 11 con la sua sala d’attesa al caldo, il dormitorio di Sant’Anastasio, il Refettorio di San Martino al Campo, i pranzi dell’amicizia di Sant’Egidio, le parrocchie, gli scout, l’Ac triestina. Credenti e non credenti fianco a fianco. «Chi di noi ha affiancato i volontari in piazza – scrivono le presidenze diocesane – non fa politica: vive e testimonia il Vangelo».
Ma lo stesso Vangelo, ricorda la nota, chiede prudenza e responsabilità. E qui l’Ac non cerca scorciatoie: riconosce le ragioni di residenti, commercianti e pendolari che domandano sicurezza, quiete e decoro, e il lavoro delle istituzioni, a cui spetta garantire ordine pubblico e legalità in una stagione che nessuno finge facile. L’accoglienza vera, si legge, è «ordinata, sostenibile, attenta anche a chi vive da sempre in quei quartieri».
Il punto critico, però, è uno solo. «Con franchezza e senza polemica – prosegue il testo – non siamo convinti che vietare la somministrazione diretta di cibo, vestiti e prime cure nei fine settimana e in certi orari renda la piazza più sicura o agibile». Il timore è che a pagare siano i più fragili, quelli che da soli non possono tutelarsi. «Divieti e polemiche non hanno fermato e non fermeranno gli arrivi – avvertono le presidenze – rischiano solo di rendere invisibili le persone, più difficile il riconoscimento dei loro diritti, dure e sterili le contrapposizioni».
Da qui la proposta. Rivedere il provvedimento, anzitutto, e vigilare perché nessuno resti senza cibo, riparo e cure, in piazza e nelle strutture vicine. Poi un tavolo comune, dove sedere associazioni, volontari, enti pubblici e cittadini, per trovare soluzioni condivise che permettano presto a chi offre le prime cure di tornare a farlo, nel rispetto della legge, della sicurezza e della dignità di tutti. A ciascuno, infine, un invito semplice: informarsi, evitare giudizi sommari, non alimentare paure né rancori.
«Guardiamo i volti prima dei numeri». E poi una preghiera, perché Trieste, città di frontiera da sempre, sappia restare «capace di equilibrio e di umanità».