Idee | Lettera.D
«La pace sia con tutti voi». Sono le prime parole del Cristo risorto, ma anche le prime parole di Leone XIV appena affacciatosi alla Loggia delle Benedizioni, in quel pomeriggio romano di un anno fa. Ed è in questa espressione che si può riassumere il primo anno del suo pontificato, teso a creare ponti reali per favorire la pace. Che non è solo quella di cui parlano i talk-show a ogni ora del giorno né quella di cui scrivono i giornali. Non è, insomma, solo la pace a Gaza tra israeliani e palestinesi, tra ucraini e russi, tra le varie etnie che si combattono in Sudan. È anche la pace nella Chiesa, vittima suo malgrado di polarizzazioni che vanno ben oltre la parresia così cara a papa Francesco (il parlare chiaro in faccia, come diceva e auspicava). «Dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna», ha detto tornando dal lungo viaggio in Africa, dove ha toccato ben quattro Paesi, dal Maghreb algerino al Camerun, dall’Angola alla Guinea Equatoriale. Dopotutto, il programma è inscritto nel suo motto: In illo uno, unum, in Colui che è uno, siamo uno.
Robert Prevost era uno sconosciuto anche agli addetti ai lavori. Si sapeva che era il prefetto del Dicastero per i vescovi, che era un religioso agostiniano di Chicago divenuto prima missionario e poi vescovo in Perù. Nulla di più. Non aveva scritto libri, le sue interviste erano rarissime. A quanti frequentavano gli ambienti curiali era noto che quel mite cardinale fosse assai riservato. Molto spirituale, come nel gergo giornalistico si definiscono gli uomini di Chiesa che alla ribalta dei taccuini e dei microfoni prediligono il monacale isolamento e la silenziosa preghiera.
L’anno trascorso ha messo a dura prova tale indole. Prima l’escalation nel vicino oriente, con il missile sparato dalle forze militari israeliane che colpì il complesso parrocchiale della Sacra famiglia a Gaza City, poi la guerra contro l’Iran. Da ultimo, le tensioni con l’Amministrazione americana: Donald Trump che ha pubblicamente attaccato il papa per essere un «debole» e «pessimo sulla politica estera», il suo vice JD Vance che ha suggerito al pontefice cautela «quando parla di teologia». Nonostante ciò, Leone ha mantenuto la calma, una force tranquille – per usare un’espressione cara a François Mitterrand – che l’ha portato a reagire con fermezza ma senza entrare nella contesa, sfidando chi l’aveva insultato. «Non mi fa paura», ha detto rispetto alle parole di Trump. Non una parola di più, se non il richiamo al fatto che il compito del papa è predicare ovunque il Vangelo. Dagli Angelus domenicali alle omelie nelle parrocchie romane, dai luoghi visitati in Africa alle piazze della Turchia e del Libano, mete del suo primo viaggio internazionale, lo scorso autunno, in occasione dell’anniversario del Concilio di Nicea.
Fare paragoni tra papi ha poco senso. Se nei richiami continui su povertà, cura per il creato e pace è evidente una profonda linea di continuità con Francesco, ciò viene declinato in uno stile diverso. Più tradizionale, e non solo per il ritorno al Palazzo apostolico, il recupero dei paramenti che Jorge Mario Bergoglio aveva lasciato negli armadi (a cominciare dalla celebre mozzetta rossa) e i riti che sono tornati a essere celebrati laddove lo erano sempre stati (come la messa in Coena Domini al Laterano). Robert Prevost è meno impulsivo, non è uomo dalle decisioni rapide ed eclatanti. Ma quando c’è da parlare, lo fa: Trump minaccia di far sparire in una notte la civiltà iraniana? Il papa, uscendo da Castel Gandolfo, dice che ciò «non è accettabile». Non è un Francesco II, ma sarebbe stato utopico pensare che il Conclave del 2025 potesse eleggere una copia del pontefice argentino. Semplicemente, perché sarebbe stato impossibile. Francesco è stato un papa che per sua stessa ammissione e «programma pastorale» – espressione che gli provocherebbe un moto d’ira – ha aperto strade, mettendo la Barca al largo e lasciandola andare senza una meta prefissata, fidandosi dello Spirito. I cardinali non cercavano qualcuno che correggesse la rotta impostata dodici anni prima, bensì un confratello che dotasse la Barca di una bussola, per evitare che nel mondo immerso nella Terza guerra mondiale a pezzi la Chiesa finisse per essere coinvolta in battaglie partigiane e ideologiche.
Al Conclave di un anno fa non era tempo per un rivoluzionario. Serviva uno stabilizzatore che proseguisse le riforme ma con prudenza. Manzoni avrebbe scritto adelante, con juicio.