Fatti
Il 30 giugno si è concluso il “cronoprogramma” italiano delle scadenze del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, declinazione del più ampio Next Generation Eu con cui l’Europa ha fornito una formidabile risposta alla crisi innescata dalla pandemia da Covid. La scadenza è importante anche se dal punto di vista contabile i giochi non sono ancora chiusi. C’è infatti tempo fino al 31 agosto per presentare le ultime richieste di pagamento e l’Italia, in particolare, ha consegnato in extremis la settima richiesta di revisione del Piano. Ci saranno quindi ulteriori passaggi amministrativi e il monitoraggio proseguirà nei mesi a venire. Ma a livello politico un primo bilancio è già possibile e doveroso farlo.
Innanzitutto bisogna ricordare che il nostro Paese stato finanziato con 194,4 miliardi di euro (71,8 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro in prestiti). Nessuno ha ricevuto di più. Un primato dovuto alle considerazioni relative all’impatto che la pandemia ha avuto sul nostro sistema socio-economico (e alle possibili conseguenze della nostra crisi sull’Eurozona), ma anche alla risposta che l’Italia ha dimostrato di saper dare nei momenti più difficili. In parte ce lo siamo guadagnati, quindi, ma ciò non toglie alcunché al fatto che l’Europa abbia svolto un ruolo decisivo e che senza l’Europa non ne saremmo venuti fuori come invece è accaduto. Certe tentazioni euroscettiche che ancora e ciclicamente riaffiorano, nella maggioranza ma in misura minore anche tra le opposizioni, non tengono conto della storia concreta di questi anni. Tanto più se ci si confronta con l’involuzione epocale che nel frattempo si è verificata Oltreoceano. Il che ovviamente non significa nascondere sotto il tappeto la polvere che frena il cammino della Ue, ma avere chiara la consapevolezza che il futuro è andare avanti nel percorso dell’integrazione europea, non tornare indietro.
Quanto agli effetti che il Pnrr ha avuto sulla nostra economia, il discorso va articolato in due filoni. Da un lato ci sono le ripercussioni sul Prodotto interno lordo che quest’anno – stando alle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio – senza l’apporto del Piano sarebbe di mezzo punto percentuale inferiore a quanto previsto. Secondo i documenti di finanza pubblica del governo, la crescita già asfittica del nostro Paese è comunque dovuta in larga misura agli investimenti del Pnrr. Quindi l’impatto macroeconomico è stato tutt’altro che marginale. Anche dal punto di vista del metodo il bilancio è interessante. La messa a punto e l’attuazione del Piano ha coinvolto tre governi profondamente diversi tra loro (anche se spesso la polemica politica quotidiana se ne dimentica) e il dover fare i conti con traguardi e obiettivi per ottenere i finanziamenti stanziati ha stimolato comportamenti in molti casi virtuosi, anche a livello dei territori.
Dall’altro lato, quello strutturale, spicca una questione di fondo: interventi e riforme messi in campo in questi anni avranno conseguenze durature o sono destinati a evaporare una volta che la contabilità del Pnrr si sarà definitivamente completata, magari con l’approssimarsi delle elezioni? Alla fine è proprio da questo che si dovrà giudicare la bontà complessiva dell’operazione e soltanto i fatti potranno dare una risposta.