Idee
L’invito del cardinale del cardinale Pierbattista Pizzaballa nella sua Lettera alla diocesi di Gerusalemme a trovare il coraggio di costruire nuovi modelli di vita e di relazione è una ulteriore, importante tappa del viaggio verso la pace tra gli uomini iniziato molto tempo fa.
È vero che le guerre continuano a distruggere vite innocenti, luoghi, compresi quelli sacri, e natura, ma è anche vero che un respiro di vita fraterna è arrivato fino a noi, e quel respiro non solo si è contrapposto ai macelli e ai deliri bellici, ma ha indicato nuovi e antichi modi di convivere.
Anche attraverso la condivisione del lavoro e della cura della natura in san Benedetto, che diviene il segno della civiltà armonizzata con il creato che supererà il buio del medioevo, e grazie a Francesco d’Assisi che innalzerà con il suo Cantico un abissale inno alla comunione con il creato nella pace tra gli uomini.
E il tema della pace come messaggio di Dio è stato più volte ripreso dai pontefici: solo per citare i più recenti, il Giovanni XXIII della Pacem in terris, o il Paolo VI della Gaudium et spes -la guerra in Vietnam era iniziata l’anno prima- il papa Francesco dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, che hanno segnato il percorso di quanti vedono nella guerra lo spazio nefasto di un mercato e di una economia senza riguardo per i popoli. Lo aveva fatto notare anche Giuseppe Scalarini, un artista multiforme che nelle sue vignette (zanne voraci che spuntano dai cannoni) aveva messo in evidenza, e siamo nel 1915, questo rapporto tra denaro, armi e guerre che molti facevano finta di ignorare. Non è un caso che “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque sia stato messo al rogo dai nazisti per la denuncia degli orrori bellici da parte di un combattente più volte ferito al fronte nella prima guerra mondiale e che lo stesso autore abbia scritto nel 1941 un’opera dal titolo eloquente di “Ama il prossimo tuo”.
E non è neanche un caso che un giovane all’inizio affascinato dal nazismo, Ernst Jünger, quando si rese conto degli orrori dell’ideologia bellicistica se ne allontanò, realizzando opere in cui emergeva la comunione pacifica tra uomo e creato, soprattutto in “Sulle scogliere di marmo” che segna l’abbandono del superomismo nazista.
La fascinazione di una guerra che nasconde le sue vere cause, quando prende le maschere di condottieri dal fascino ambiguo di Napoleone, è messa bene in evidenza da Tolstoj in “Guerra e pace”: qui il condottiero allora celebrato come un genio della guerra è descritto come una marionetta in balìa di se stesso, lontano dal mito che la propaganda bellica andava costruendo. E
Tolstoj diverrà il più convinto sostenitore della pace e della cessazione di ogni violenza, tanto da divenire per Gandhi e Martin Luther King un vero maestro sulla strada dell’armonia tra gli uomini. Il sogno di cui King parlò durante la marcia della pace a Washington nel 1963 è diventato una delle frasi più celebri: “I have a dream”, il sogno di una pace non solo tra nazioni, ma tra uomini di colore diverso.
Un messaggio che viene da molto lontano, perché un altro campione della cultura di pace, Pete Seeger, uno dei maestri del giovanissimo Bob Dylan, andava cantando nelle marce per la pace un motivo che poi diventerà anch’esso uno dei punti fermi della protesta contro la guerra, “Turn turn turn”: quel “un tempo di amore, un tempo di odio, un tempo per la pace, e vi assicuro che non è troppo tardi” è un chiaro riferimento all’Ecclesiaste, che tra l’altro ha influenzato tutta la storia della letteratura, da Eliot fino ai gruppi del rock progressivo. Perché se esiste ancora il tempo della guerra, noi operiamo perché ritorni il tempo per la pace auspicato da Qoèlet.