Idee
“Devo debbo dirle che io sono, a modo mio, molto religioso”, afferma Benedetto Croce in un inciso contenuto nella lettera del 25 agosto 1926 a Maria Luisa Fadini, finora inedita e oggi raccolta in “Perdersi negli altri e nelle cose” (Adelphi, 2026, 214 pagine, 14 euro), una raccolta di lettere scelte curata da Emanuele Cutinelli-Rendina in cui emergono elementi davvero sorprendenti per chi non conosce in profondità il filosofo napoletano (era nato in realtà a Pescasseroli nel 1866 ma è vissuto per molta parte della sua vita nella città partenopea).
Non si tratta solo dei riferimenti religiosi, che tra l’altro sono molteplici: il titolo, davvero appropriato, ci anticipa altro: l’accettazione dello sconosciuto che ti scrive una lettera, e che magari teme o un fugace lancio nel cestino, o un passaggio-sbarramento da parte dell’occhiuta censura dei collaboratori.
E invece il filosofo, riconosciuto come uno dei padri del pensiero novecentesco, non solo legge tutto, ma risponde a tutti, a Thomas Mann e a Einstein come ad un affittuario che gli chiede di far apparire in contratto un canone più basso d’affitto.
Un esempio davvero raro di umiltà e disponibilità. Quella affermazione di religiosità, che abbiamo citato in apertura, fa parte della risposta del filosofo ad una signora che gli aveva scritto per rimproverarlo della sua mancanza di fede.
L’elemento religioso torna in altre missive, nei termini di un pensiero che poneva uno sguardo interrogativo sull’esistere e su cosa davvero sia la libertà, quella “santa libertà” di cui scrive nella medesima lettera. Non da una prospettiva esclusivamente immanentistica in cui i segni del mondo vengono piegati al cammino provvidenziale della storia; ad una delle muse del nostro Novecento, Sibilla Aleramo, rimprovera “il fallo commesso”, vale a dire l’abbandono del marito e del figlio, e le consiglia di leggere il catechismo.
La sorprendente quotidianità di un’etica realmente immersa nel qui e nell’ora è la cifra -e il dono- più evidente di testimonianze in cui scienza e filosofia diventano tutt’uno con il quotidiano cammino, e incontrano la grande politica, ivi comprese le richieste di accettare la candidatura a presidente della Repubblica, come accade nella risposta a Nenni del 25 giugno 1946.
Anche quando scrive a Einstein, Croce riesce a toccare i limiti di una filosofia che lui stesso ammetteva limitata dal proprio sguardo, ma nel contempo aperta verso l’insegnamento dei geni, primo tra tutti quel Goethe -di cui parla nella lettera- e che anche attraverso il viaggio aveva lasciate aperte le soglie dell’oltre. Un oltre che poi potrà essere interpretato da alcuni come debitore di Spinoza, come è stato fatto per il Goethe tanto amato da Croce, ma anche “bagno spirituale, che è quasi la mia pratica religiosa”.
Certamente è presente anche un anticlericalismo che emerge soprattutto durante e dopo l’era fascista, dettato anche e soprattutto dalla imperfetta conoscenza di quanti, religiosi e laici, si sono battuti fini al sacrificio di sé, per la libertà di tutti, non solo della testimonianza di fede.
Rimane il fatto che non solo in quelle lettere, ma anche in opere come “Perché non possiamo non dirci cristiani” il filosofo riconosce al cristianesimo la coraggiosa testimonianza di una nuova concezione del mondo basata sull’amore e sulla pace, attirandosi le ire del regime fascista che iniziava a vedere proprio nel cristianesimo un nemico da combattere.
Le lettere di Croce rimangono una testimonianza in grado come poche di permettere l’emersione dello spirito di un tempo anche attraverso la complessità dello sguardo di chi era testimone, e che testimone, di quel tempo.