Fatti
“La situazione politica non è buona”, cantava vent’anni fa Adriano Celentano. La citazione canora non è così stravagante e intempestiva se si pensa che anche il festival di Sanremo è diventato motivo di polemica tra i partiti. La polarizzazione estrema tra le forze politiche non risparmia alcun ambito della vita collettiva. Lo scontro, quando non addirittura l’insulto, sostituisce il confronto anche schiettamente dialettico, impedisce ogni dibattito serio e approfondito. Anche sui temi istituzionali più complessi. Quanto sta avvenendo nella campagna referendaria in materia di giustizia è semplicemente sconfortante. In Parlamento la riforma è stata approvata dalla maggioranza a tappe forzate, senza lasciare margini a correzioni di sorta. E ora che la questione è finita davanti ai cittadini (grazie al sistema previsto con lungimiranza dei padri costituenti per le modifiche alla Carta) il dibattito pubblico è confuso, contraddittorio, tutto ideologico. Rende difficile persino cogliere quale sia la posta in gioco, nel bene e nel male, e su che cosa gli elettori debbano effettivamente esprimersi.
Non c’è soltanto il referendum costituzionale a rendere complicato lo scenario. Le iniziative prese dal governo nel campo della sicurezza e poi, più recentemente, in quello dell’immigrazione, possono piacere o meno, ma non c’è dubbio che investano aspetti delicatissimi della convivenza: il rispetto delle persone, la libertà degli individui. Anch’esse richiederebbero un dibattito pubblico appropriato, non ridotto a una guerra di slogan propagandistici, a un groviglio inestricabile di parole d’ordine. Nell’ambito dell’immigrazione le fake news hanno una densità tale che non si riscontra in molti altri settori e servirebbe quindi un supplemento d’informazione e di discernimento per cercare di enucleare almeno i dati oggettivi della discussione. C’è invece il rischio che le nuove normative, magari assunte sull’onda emotiva di fatti di cronaca, entrino velocemente e senza apparenti contraccolpi all’interno dell’ordinamento e vadano a sedimentarsi nelle opzioni e nei comportamenti.
Bisogna inoltre tener conto che queste dinamiche non si sviluppano in un contesto globale rassicurante, come se il mondo stesse fermo ad aspettare che il nostro Paese risolva i suoi problemi interni. E non dobbiamo neanche cullarci nell’illusione che la stabilità di questo governo – di cui va dato atto ai responsabili – messa al confronto con le fibrillazioni di alcuni dei nostri partner continentali ci metta al riparo dalle tempeste internazionali. A parte il fatto che stiamo per entrare nell’ultimo anno della legislatura e già se ne avvertono i segnali, c’è che la portata di questi sommovimenti ha una dimensione che sfugge alle nostre possibilità di controllo e bene fa chi punta al rafforzamento dell’Europa come via privilegiata per svolgere un ruolo da protagonista nell’arena globale.