Mosaico
“La libertà, Sancio, è uno dei doni più preziosi concessi dal cielo agli uomini”. La citazione da parte di papa Leone di un passo del “El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha”, più conosciuto come “Don Chisciotte”, in cui si tessono le lodi della libertà, ci fa riflettere su quanto questo valore sia stato fondamentale per tutta la storia umana.
Una libertà citata di fronte al Congresso spagnolo come fonte di scelte coraggiose che hanno al loro centro la vita, quella biologica e per i credenti legata ad un “altro” che non è un elemento staccato, ma fa parte di un essere complesso e non fatto di comparti stagni unicamente materiali.
La citazione del capolavoro di Cervantes ci riporta ad un’opera basilare che ha fondato una nuova letteratura. Non più cavalieri eroici tutti d’un pezzo e privi di dubbi, non solo dame incipriate, amori di corte, gesta roboanti, ma anche e soprattutto illusioni, sconfitte, derisioni, e però anche altro. Questo altro era la nascita del vero in letteratura. Vero inteso come però anche come sogno (“La vita è sogno” di Calderon de la Barca iniziò a uscire nel 1631, più di vent’anni dopo il don Chisciotte) che inizia a confondersi con la realtà.
Le certezze umanistiche iniziavano ad essere messe in crisi da una nuova visione della realtà, fatta di curvature dubbiose e non più di linee diritte e certe, abissi non solo marini, ma interiori, quelli che poi Freud e altri avrebbero portato alla luce come territori della psiche. Per non parlare di una scienza, quella del secolo breve, che iniziò a insinuare il dubbio della non perfetta conoscibilità della realtà.
La libertà di don Chisciotte è quella del sogno, non più visto come stato opposto alla veglia, ma come desiderio di non restare fermo in uno stato, questo sì, di torpore esistenziale. Cercare testardamente una signora della propria vita, una Dulcinea mai esistita non significa essere matto, ma l’affermare la necessità di avere ideali e inseguirli nonostante il timbro di ridicolo e la derisione da parte dei “normali”.
Senza don Chisciotte non avremmo avuto “L’uomo senza qualità” di Musil, o “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, i sognatori ad occhi aperti di Kafka o i personaggi di Pirandello che iniziano ad avere dubbi sulla presunta realtà materiale.
Don Chisciotte è l’uomo comune che osa andare oltre i timbri sociali e sfida i demoni della rassegnazione, della materialità come unica forma di vita, del conformismo. Il suo sogno è quello di una bellezza non solo fisica, ma intesa come grazia e nuova concezione della vita, che ricorda molto il ritorno all’icona intesa come bellezza assoluta nel dentro e nel fuori, altrimenti impossibile da rappresentare se non nel ritorno all’essenzialità.
Anche don Chisciotte vuole tornare in qualche modo a quell’icona fatta di onestà, dedizione assoluta senza richiesta di compenso con il rischio di passare per imbecille e sciocco. In questa realtà in cui ormai viene insegnata la bellezza fine a se stessa (e fino a che dura, e poi addio), la ricchezza e la celebrità come valori assoluti, il capolavoro citato da papa Leone diviene eredità per i giovani e per tutti noi. Creata da un uomo che non se ne era stato fermo a scrivere, ma che aveva combattuto, ferito gravemente (perse l’uso della mano sinistra in una battaglia), venduto come schiavo, imprigionato e coinvolto in fallimenti economici. Che avrebbe potuto confessare, come tre secoli dopo Neruda, di avere vissuto. Anche attraverso gli ideali controcorrente.