Idee
Da quest’anno l’esame di Stato torna a chiamarsi “esame di maturità”. Il cuore della novità per i 500.000 studenti coinvolti sta nel colloquio: più snello, obbligatoriamente multidisciplinare su quattro discipline scelte dal Ministero, con commissione ridotta a 5 membri. Proprio queste modifiche rimettono al centro una domanda vecchia quanto la scuola: che cos’è davvero la “maturità”? Ne parliamo con Pierpaolo Triani, professore ordinario di pedagogia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La “maturità” scolastica può davvero dirci qualcosa sulla maturità umana e personale di chi la affronta?
Ritengo che il concetto di maturità sia “multidimensionale” e anche “relativo”. “Multidimensionale”, perché chiama in causa molti sfere: cognitiva, relazionale, emotiva, ecc. “Relativo”, perché dipende dalle aspettative che abbiamo rispetto ai giovani maturandi. Secondo quanto indicato dalla normativa l’esame di maturità intenderebbe considerare l’acquisizione delle conoscenze, la capacità di pensiero critico, l’autonomia personale. Può riferirsi, quindi, a una sfera circoscritta, non definisce certamente l’intera persona che è rappresentata da una realtà dinamica, difficilmente etichettabile con un giudizio, o con un numero. Il concetto di maturità in questo contesto può, di fatto, esplicitarsi attraverso la valutazione del percorso svolto dallo studente, alla luce della modalità con cui egli ha affrontato le prove finali.
Rispetto a 10-20 anni fa, cosa è cambiato nel “senso” e nel “ruolo” di questo esame per gli studenti?
L’esame di maturità, dal punto di vista dell’esperienza personale dei singoli studenti, ha sempre rappresentato – e rappresenta ancora oggi – un passaggio fondamentale da un’età in cui di fatto essi dipendono dalle regole e dalle indicazioni altrui all’autonomia. Credo che tutte le persone abbiano vissuto l’esame di maturità, anche 30-40 anni fa, come un momento formativo importante, una prova personale e anche sociale. Oggi resta uno dei riti collettivi della società, la differenza sta nell’enfasi che gli attribuiscono i media. Un tempo i quotidiani pubblicavano la correzione delle prove il giorno seguente all’esame, c’era molta attesa… Oggi avviene tutto “in diretta”: il rito di preparazione, la diffusione delle notizie e il commento delle tracce. Al rito collettivo si aggiunge un’importante pressione sociale. Non è un caso che l’anno scorso alcuni studenti abbiano pensato di fare azioni di protesta, riuscendo a ottenere visibilità. La maturità non decide completamente la vita delle persone, deve avere quindi il giusto peso. Può anche rappresentare l’occasione per un dibattito culturale, per ragionare e riflettere insieme. Fondamentale, però, che il dibattito si fondi sul rispetto reciproco e sulla ragionevolezza delle proprie posizioni e non sul “non riconoscimento” dell’altro.
Quali effetti ha la maturità sul piano emotivo e psicologico? L’ansia da esame può essere una palestra di resilienza?
Dal punto di vista emotivo l’esame di maturità rappresenta un’esperienza impegnativa, che richiede molte risorse sia cognitive che emotive. Determina inevitabilmente uno stato di maggiore ansietà. È una situazione che però in alcuni casi chiede di essere monitorata. Decisivo, sotto questo aspetto, il ruolo degli adulti che a volte invece si trasformano in moltiplicatori d’ansia. Gli adulti hanno la responsabilità di sostenere i giovani e aiutarli a mettere nella giusta prospettiva le cose che accadono.
Ritiene che le prove attuali siano strumenti adeguati per valutare competenze come autonomia, giudizio, creatività?
Credo che le prove permettano di valutare l’acquisizione dei contenuti, la capacità di utilizzare e raccordare le informazioni acquisite e anche il lessico dei candidati. Credo, però, che sia impossibile nello spazio limitato di una sessione di esami elaborare un giudizio “compiuto” su ogni alunno. Forse bisognerebbe delegare questa funzione al Consiglio di classe. L’intenzione di attribuire un punteggio alla “maturità” di un ragazzo è interessante, ma risulta in realtà difficilissimo perché dovrebbe prendere in considerazione in pochi minuti tutto il percorso dello studente. Un altro aspetto da considerare è che l’esame di maturità è frutto di una valutazione, che non può essere oggettiva. Essa si basa certamente su evidenze, ma occorre ricordare che calcolare e valutare non sono la stessa cosa. Calcolare è tirare le somme. Valutare è il frutto di una approssimazione responsabile, punto di arrivo di posizioni diverse. La valutazione, poi, dovrebbe essere accompagnata da un’efficace ed esauriente comunicazione, aspetto quest’ultimo non ancora risolto.
Al di là della valutazione, che messaggio educativo dovrebbe lasciare la maturità a un giovane?
L’esame di maturità può offrire diversi messaggi. È un passaggio in cui ci si mette alla prova, offre un riscontro su di sé, sulle proprie potenzialità e i propri limiti. “Chiude” un ciclo di apprendimento, ma dovrebbe trasformarsi in un momento di grande “apertura” verso nuove tappe. Gli studenti che avranno un riscontro positivo, potranno mettere a frutto questa esperienza e trasformarla in un volano per il futuro. Gli altri, quelli che ne usciranno con un riscontro non soddisfacente o addirittura negativo, potranno acquisire la consapevolezza che ci saranno altre occasioni di crescita dove mettersi alla prova e migliorare.