Idee
Leggere oggi, a distanza di più di un secolo “Il padrone del mondo” significa fare i conti con una chimera dai molti volti, e nomi: di volta in volta considerato una ucronia (immaginare altri sviluppi nel tempo), distopia (prefigurazione pessimistica di luoghi e tempi futuri), la storia di un futuro possibile -per noi oggi- colpisce per una serie di motivi che hanno attirato l’attenzione persino di pontefici. A dire il vero prima che lo divenissero, perché il cardinale Ratzinger ne parlò in una conferenza alla Cattolica di Milano nel 1992. Il futuro Leone XIV, anche lui allora ancora cardinale, nel corso di un’intervista lo presentò come un libro che ci aiuta a prefigurare un futuro senza Dio e senza princìpi cristiani. Bergoglio ne parlò più volte da Pontefice, sottolineando la capacità profetica di un racconto (oggi è possibile leggerlo anche nelle edizioni Fede & Cultura, Shalom e Fazi) in cui l’ideologia fine a se stessa diviene, sbandierata come libertà assoluta, una dittatura materialista senza scampo.
In realtà Robert Hugh Benson (1871-1914) sapeva guardare oltre le cose e testimoniare con coraggio le scelte conseguenti a questa visione del mondo, ora e dopo. Figlio dell’arcivescovo di Canterbury, si convertì al cattolicesimo e venne ordinato sacerdote a Roma nel 1904. Il suo “Padrone del mondo” è il primo di due romanzi sul futuro umano.
Se questo racconta un futuro senza Dio in cui l’uomo diviene la divinità adorata da se stesso, l’altro romanzo, “L’alba di tutto”, narra esattamente lo scenario opposto: la Chiesa regna sovrana, si parla solo il latino, il mondo è quasi tutto cattolico.
Nel primo romanzo, che è del 1907, il nuovo, umano dio non è però rappresentato come un novello Nerone, tutto ghigni e celebrazioni di un sé soprattutto esteriore. Tutt’altro. Jiulian (si noti l’accostamento con l’imperatore Giuliano l’apostata, colui che cercò di tornare agli dei pagani) Felsenburgh è un uomo coltissimo, misurato nelle parole e negli atti, idolatrato da una massa che da lui è guidata ad un nuovo culto. L’uomo è un passaggio necessario -e qui si colgono le presenze di diverse forme di pensiero, dall’epicureismo al panteismo di Spinoza, senza ignorare Schopenhauer e Marx- di un tutto in perenne trasformazione. Si possono innalzare inni e statue alle nuove materiali divinità, sapendo però che esse sono forme da offrire all’eterno bambino che è l’uomo, a rappresentare simbolicamente le forme del continuo passaggio, e qui il pensiero va ai nuovi culti inaugurati dai giacobini durante il Terrore. Eppure lo stesso Robespierre qui sarebbe stato rimproverato di deismo e quindi di irrazionalismo superstizioso: Felsenburgh sta costruendo una religione del nulla che è spacciata per quella del tutto: l’uomo nasce, costruisce, muore, anche volontariamente, e rientra nel grande circuito della natura senza creatori.
In questo scenario la Chiesa viene perseguitata e il papa inseguito dovunque, perché in realtà il nuovo leader mondiale vuole cancellare la presenza del Cristo e della Chiesa nel mondo.
Felsenburgh non è il malvagio tradizionale, ma più semplicemente l’incarnazione dell’ateismo più fascinoso, quello che con la scusa della circolarità eterna del tutto suggerisce nuove forme di addio alla vita: ecco, se sei stanco o malato fermiamo un attimo il grande carro, prego, scendi pure, è stato un piacere fatto di merce, di sazietà, di consumo. Di materia.
Una materia che sta cancellando tutto il resto, la fantasia, l’altro e l’oltre, lo spirito, il non materiale e il non visibile, e la vita stessa.