Le immagini del Venezuela piegato dal terremoto riportano alla mente il Friuli del 1976, il Belice, l'Abruzzo, l'Emilia. Ma davanti alla fragilità che ci sta sotto i piedi, l'uomo continua a costruire distruzioni ben più crudeli, con la «stupidità armata e pensante»
seminario La Guaira - (foto: Conferenza episcopale venezuelana)
Trema la terra. Tremano gli uomini. Trema la ragione. Davanti ai nostri occhi restano le immagini frustranti del Venezuela piegato dal terremoto, che mostrano con crudeltà quanto la terra riesca a compiere in pochi secondi. Immagini che nella memoria sono vicine a noi, che le abbiamo vissuto mezzo secolo fa, quando nel 1976 “l’Orcolan” scosse parte del Friuli, dove al posto dei grattacieli d’oltreoceano, da noi vi erano case rurali di pietra e legno. Prima ancora, il Belice. Poi l’Abruzzo e l’Emilia Romagna. E domani chissà?! è un fenomeno naturale del pianeta che ci ospita – si dirà – che se ha una ragion d’essere, appare irrazionale al nostro concetto di stabilità. Noi che possiamo essere distruttori, ma non distruttibili. Nonostante il frustrante rischio naturale che incombe, gli uomini creano guerre con le potenzialità stesse dei terremoti, e forse più, frutto di quella sopraffazione innata e incontrollabile che coviamo dentro. Ecco perché la guerra resta un’azione innaturale. E lo diventa se è la stessa ragione a mostrarci la nostra fragilità naturale.
Le immagini del Venezuela possiamo quindi paragonarle a quelle di Gaza o Beirut? In termini distruttivi eccome. In termini razionali, sono più crudeli e assassine delle prime. Ciò che fa l’ineluttabilità naturale, noi lo triplichiamo con l’ineffabilità umana. Se ignoriamo la fragilità che sta sotto i nostri piedi, ci dimostriamo “insaziabili cannibali” davanti alla storia. Così quando le forze telluriche si abbattono su di noi, in superficie il nostro agire è autolesionista e distruttivo allo stesso modo. Ecco perché se si cerca una “pace disarmata e disarmante”, la certezza più inconfutabile resta quella della “stupidità armata e pensante”, che oggi fa più danni degli stessi terremoti.