Tra le molte storie che il Circolo di Campagna Wigwam Arzerello aps può raccontare al traguardo dei suoi cinquant’anni vi è quella del recupero paesaggistico compiuto nella sede e nelle sue pertinenze.
Il paesaggio come bene culturale, sociale, economico e ambientale delle comunità locali è stato riconosciuto solo di recente con piena forza anche dalla Costituzione. L’articolo 9, aggiornato nel 2022, impone infatti alla Repubblica di tutelare il paesaggio, il patrimonio storico e artistico, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.
Un bene tangibile della collettività, dunque, da preservare e valorizzare, non più un capriccio da snob o perditempo. Era ora, anche se molta incultura e poca lungimiranza urbanistica hanno già prodotto un sistematico annichilimento del paesaggio rurale veneto.
Errori del passato
All’istituto tecnico agrario di Codogno, dove ero l’unico studente di famiglia veneta, il professore di agronomia indicava la sistemazione a cavino alla padovana – baulata, intercalata da filari di vigna e contornata da fossati alberati – come retrograda, da trasformare invece “alla ferrarese”: superfici praticamente piatte, scoline ridotte a poco più che solchi, tubi drenanti e nessun ostacolo arboreo. L’obiettivo era ottimizzare la resa dei grandi mezzi meccanici e recuperare ogni centimetro alle produzioni estensive. Oggi ne paghiamo il conto: paesaggio tradizionale irriconoscibile, biodiversità azzerata, terreni impoveriti di sostanza organica e quindi meno capaci di trattenere i concimi, soprattutto i nitrati. Spariti fossi e vegetazione ripariale, sono venuti meno anche il trattenimento, il lento deflusso, la percolazione e la depurazione delle acque di dilavamento, che finiscono rapidamente nei fiumi e poi in mare.
Ho vissuto gli ultimi anni dei casoni ancora abitati, quelli col tetto di paglia o di canniccio palustre. Ricordo quello dove stava zia Agnese Sartorato a Campagnola di Brugine e altri a Fossaragna, frazione di Bovolenta, terra della mia ascendenza paterna. Poveri, con pavimenti in terra battuta e muri di argilla cruda, ma dignitosi. Nel Piovese se ne contavano quasi quattrocento: erano il segno di un territorio dove si costruiva con ciò che c’era. Poi lo spopolamento del secondo dopoguerra e le politiche di “risanamento” li fecero sparire quasi tutti, lasciandone solo tre, peraltro ridotti a siti museali. In Francia, invece, molte abitazioni rurali simili – le chaumières normanne – furono recuperate, risanate e rifunzionalizzate, spesso come residenze immerse nel verde.
Un altro colpo all’edilizia tradizionale rurale arrivò negli anni Settanta, quando contributi a fondo perduto per nuove case agricole furono subordinati all’abbattimento dei vecchi fabbricati. Mi occupavo allora di assistenza tecnica in agricoltura e istruii numerose pratiche per questo scopo. La vecchia casa in mattoni era spesso la classica struttura porticata veneta, con focolare, stalla e fienile attigui all’abitazione e, talvolta, il selese (l’aia) in cotto, magari rivestita da cemento o peggio, catrame ma ancora riconoscibile.
Le case rurali che facevano il paesaggio veneto, in gran parte datate tra 17° e 19° secolo, lasciarono così il posto a banali cubi geometrici, le cosiddette “case fatte dai geometri”, con ampi poggioli e talvolta tetti sfalsati all’americana. E poi non più balconi ma ampie finestre con persiane magari in plastica.
Fu uno stillicidio che generò un movimento di repulsa che portò, almeno in Veneto, alle prime norme di tutela degli edifici di pregio ambientale.
Tentativi di rimediare
La legge regionale 31 maggio 1980, numero 80, fu dedicata alla conservazione e al ripristino del patrimonio storico e artistico nei centri storici veneti.
La Legge regionale 23 aprile 2004, numero 11, divenne poi il quadro di riferimento per la salvaguardia delle identità storico-culturali, del paesaggio rurale e dei centri storici, vincolando gli interventi al rispetto di forme e materiali tradizionali.
Gli strumenti comunali, come Piano di assetto territoriale (PAT) e Piano degli interventi (PI), hanno quindi definito nelle norme tecniche le caratteristiche dell’edilizia tipica locale – sagoma, pendenze, uso di pietra, legno, mattoni faccia a vista – cui attenersi nel recupero dei rustici.
A questo percorso si aggiunse quindi la Deliberazione della Giunta Regionale numero 2274 del 28 settembre 2010, sulle tipologie di architettura rurale nel Veneto.
Il quadro normativo, pur tardivo e incompleto, ha consolidato l’idea che paesaggio rurale ed edilizia tipica siano un patrimonio da preservare e valorizzare per l’intera collettività, anche per il valore economico e turistico generato da un bel paesaggio. Mancano però, almeno ancora, due condizioni fondamentali per un vero recupero generalizzato di ciò che dà identità a un territorio.
La prima è la cultura del costruire e del recuperare, intesa non solo come tecnica edilizia ma come cura del contesto. Troppa edilizia recente riproduce archi e impiega i coppi, ma appare lontana da una vera evoluzione filologica della tradizione contadina veneta, casoni compresi.
La seconda sono gli incentivi: quando vi sono soldi pubblici, dovrebbero essere condizionati al rispetto dei canoni tipologici, storici e paesaggistici; quando il recupero di edifici vincolati non è sostenuto dal pubblico invece, andrebbero almeno previste esenzioni o riduzioni fiscali.
La testimonianza del Wigwam
Che cosa c’entra il Circolo di Campagna Wigwam Arzerello? C’entra eccome. In cinquant’anni ha recuperato, senza un euro di aiuto pubblico, l’edificio che lo ospita: un fabbricato “nero” per classificazione di vincolo, stimato risalire alla seconda metà del 17° secolo, con un’aia in cotto meticolosamente restaurata, probabilmente tra le poche integre della Saccisica, e un pozzo in mattoni profondo otto metri, sormontato da una vera costituita dal recupero di un tombino in trachite di epoca romana, esile ma significativa memoria della stessa centuriazione che da Borgoricco arrivava fino ad Adria.
È uno spazio da sempre aperto alla comunità locale, dove il Circolo organizza svariate iniziative e dove trovano sede legale o organizzativa realtà importanti e a valenza nazionale e internazionale, tra cui Wigwam Clubs Italia aps, Unarga e Argav.
Questa esperienza è una testimonianza ed è divenuta un modello. Dimostra che ciascuno può fare qualcosa per il bello collettivo: servono però visione, cultura e la volontà di rimboccarsi le maniche, a partire dalle proprie.