Mosaico
Il caldo asfissiante, il sogno -o la prossima realtà- di un’acqua fresca e pulita che possa alleviare l’oppressione fisica e interiore imposta dalla cappa termica. Il solo pensiero ci potrebbe aiutare, come d’altronde fanno le narrazioni, soprattutto quelle che hanno come sfondo, o protagonista, il mare.
Alla fine della lettura di un bel libro, apriamo la finestra, chiusa per non far passare i quaranta gradi, e ci accorgiamo che il sole si è abbassato parecchio, e che ora tira anche un po’ di venticello, l’aria è respirabile: per un attimo ci eravamo persi, e però salvati, nel mare raccontato ad esempio dal premio Nobel per la letteratura 2023, il norvegese Jon Fosse, in “Vaim” (La nave di Teseo), il suo più recente romanzo. E’ la triplice storia di un amore mai dimenticato da Jatgeir, un pescatore, che ha chiamato la propria barca con il nome di quell’amore, Eline, che un bel giorno si presenta da lui, così, all’improvviso, lasciando la sua vita precedente. La storia è narrata da tre punti di vista, non solo quello di Jatgeir, ma anche quello di un suo amico e del marito di Eline: qualcosa che certamente ricorda la frammentazione del punto di vista, soprattutto Pirandello, ma che assume una sua singolare pregnanza perché Fosse va oltre le apparenze, e affonda negli abissi dell’anima.
E’ sorprendente notare come il grande motivo del viaggio inteso come itinerario interiore, e non solo materiale, sia presente in un altro scrittore norvegese contemporaneo, Frode Grytten, in un altrettanto profondo e “terminale” racconto, “Il giorno in cui Nils Vik morì”, edito da Carbonio, una editrice che purtroppo ha chiuso da non molto e che ci auguriamo possa tornare sul mercato perché i suoi libri sono state perle in un mondo in cui prevalgono le mode del momento. Anche qui un uomo compie un ultimo viaggio, con la sua barca, in un itinerario anche interiore, che lo riporta con la memoria al suo grande amore per la donna scomparsa che è stata sua moglie: non sfugga qui il rifiuto delle mode della tresca ammiccante e del tradimento, del nuovo che attira e del vecchio che stanca, e che invece propone al lettore la bellezza del matrimonio e la speranza della ricongiunzione non solo nel qui e nell’ora.
E il tema del viaggio interiore alla ricerca dei tesori nascosti nel nostro quotidiano appare in quello che possiamo considerare ormai un classico, opera di uno dei grandi del Novecento: “Cocktail party”, di Thomas S. Eliot edito nel 1949 (da noi è possibile ascoltarlo su podcast o leggerlo nel secondo volume delle Opere edito da Bompiani). Eliot aveva ricevuto l’anno prima il Nobel per la letteratura e con la “La terra desolata” aveva genialmente raffigurato la crisi dell’uomo moderno.
E’ una commedia in versi, divisa in tre atti, che racconta la crisi di una coppia: in uno dei consueti ricevimenti offerti da Edward e Lavinia, si rivela la verità: lei non c’è perché semplicemente se ne è andata, e Edward prende coscienza del suo nuovo stato di solitudine, ma anche, grazie ad uno sconosciuto che si rivelerà essere un medico delle anime, del suo egoismo e incapacità di darsi all’altro. L’intreccio tra amanti, nuove domande sul senso della vita, la presenza di un altro che non è solo esperto di menti, ma qualcosa che va oltre i soli meccanismi psichici, porta alcuni al ricongiungimento, altri alla separazione, ma anche al sacrificio di sé. Il desiderio, la ricerca di una soddisfazione che si rivela vana e superficiale sono il centro di un’opera che invita ad ascoltarsi dentro e nel contempo a guardare gli altri in una compassione che non è carità esterna, ma letterale “soffrire con”, sacrificio e rinuncia al vecchio sé. Sporgerci verso gli altri che non solo non possono permettersi una vacanza, ma soffrono la fame e la violenza.