Idee
Le parole del Vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, contenute nella postfazione, sono quelle che meglio possono darci il senso di “L’economia di san Francesco. La profezia del poverello d’Assisi e le sfide del presente”, edito da Città Nuova (a cura di Serena Ionta e Paolo Santori, 155 pagine): una nuova economia, quella della cura verso l’altro, non potrà mai affermarsi se non deponiamo l’ego narcisista del potere e del dominio.
Quell’ego che oggi impera a livello globale e rende difficili i progetti di rinascita anche attraverso una economia capace di andare incontro ai bambini, alle madri, agli innocenti vittime di guerre che colpiscono soprattutto gli indifesi. Se fame, sete, malattia scaturiscono dai conflitti, allora quell’ego mascherato da politica ne è causa essenziale. Per questo, nel tempo di pòlemos, una nuova-antica economia deve partire dalla vita vera, soprattutto quella di chi senza colpa si trova in miseria.
Dobbiamo ritornare, come scrive qui Luigino Bruni, al valore delle cose. Le cose, anche quelle materiali, del Cantico, non hanno un prezzo. La luna e le stelle, il sole, l’acqua, i frutti e le erbe sono state donate gratuitamente, e le guerre rappresentano una di quelle dimensioni in cui l’economia del dono viene cancellata.
Lo scopo di questo libro, con interventi di esperti, docenti e ricercatori universitari, alcuni membri della Economy of Francesco Academy, movimento nato dopo la pubblicazione della lettera aperta di papa Francesco indirizzata ai giovani economisti, che si pone il modello di san Francesco come nuovo modo di intendere l’economia, è quello di offrire reali possibilità di costruire un mercato a misura d’uomo. E natura.
Al centro di questa nuova visione deve esserci, ricorda Bruno Petrušić, il bene comune, oltre l’ossessione del possesso, ricordando che nella Regola Bullata Francesco ammoniva i frati a non volersi appropriare di nulla. Non un principio utopico, ma un invito a non fare dell’economia un mostro che divora gli altri -e noi stessi- ma uno strumento di comunione.
Tre degli autori qui presenti, Freiberg, Munck e Rueda, insistono sul concetto di “kinship”, vale a dire di responsabilità condivisa della relazione e della cura, verso tutto il creato. Se la scelta di san Francesco è stata quella di rinuncia ai beni per poter vivere in modo assoluto quella comunione, la politica, una politica accorta e responsabile, deve prendersi cura di coloro che cercano di uscire da una povertà che coinvolge altri, bambini compresi.
È allora importante sottolineare che il messaggio francescano consiste nel non attaccamento ai beni, soprattutto quelli superflui, ed è una condanna contro l’avidità e l’accumulazione ossessiva.
Il messaggio che emerge con grande forza da questo libro è che è possibile, anzi necessario ancora oggi guardare a Francesco, perché il suo insegnamento è in grado di mettere insieme persona e società in un progetto di armonia e solidarietà.
Il che può sembrare ad alcuni una perdita di tempo, perché il mercato non ammetterebbe sconti o deviazioni dal meccanismo dell’utile a tutti i costi, e invece anche storicamente questo insegnamento ha mostrato tutto il suo realismo: grandi economisti avevano avvertito i governanti a proteggere soprattutto i poveri. Prendiamo l’esempio di Keynes, che aveva insistentemente messo in guardia le potenze vincitrici della Grande Guerra a non umiliare il nemico sconfitto, perché questa umiliazione sarebbe stata pagata soprattutto dal popolo. Non venne ascoltato, e la fame, la miseria in cui precipitò il popolo germanico divennero astio e sentimento di vendetta, che contribuì all’avvento del nazismo e alla seconda carneficina mondiale.
Economia è soprattutto cura della casa, condivisione, attenzione all’altro. Come ci ha insegnato il Poverello.