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Dal Campo Alla Tavola | Dal Campo Alla Tavola #06 2026

sabato 10 Ottobre 2026

Arriva l’autunno e si raccoglie il riso “d’annata”

La produzione italiana è sempre la principale in Europa. L’annata si prospetta tuttavia negativa tra problemi di clima e di mercato
Redazione
Redazione

L’arrivo dell’autunno ha aperto la stagione della raccolta del riso. Tra la metà di settembre e la fine di ottobre, la “mietitura” di questo cereale entra nel vivo anche nel Veneto. Nella nostra regione, infatti, la coltivazione del riso è secolare: in passato era molto diffusa anche se oggi si trova soprattutto nella Bassa Veronese, in particolare a Isola della Scala, dove in questi giorni si sta chiudendo la principale fiera del riso italiana, e nel Delta del Po, con alcune aree minori nelle altre province tra cui Padova e Vicenza.
L’Italia è il principale coltivatore europeo di riso, ne produce circa la metà, e con ben 200 varietà riconosciute conta una biodiversità unica. L’area storicamente più vocata è quella tra Piemonte e Lombardia, in particolare tra Vercelli, Novara e Pavia, dove pare che il riso sia stato piantato per la prima volta in Italia e da dove è arrivato anche nel Veneto.
Nonostante oggi sia alla base di molti piatti tradizionali considerati nostrani, come i venetissimi “risi e bisi” o i risotti alla nogarese, oppure con i funghi, la zucca, i fegatini, l’Amarone o i frutti di mare, il riso è un cereale introdotto nella dieta italiana in tempi relativamente recenti. Non solo: se oggi è considerato un piatto raffinato, un tempo era invece un cibo povero. Conosciuto fin dall’antichità – in Oriente pare si consumasse già cinquemila anni avanti Cristo – nel Mediterraneo si è affacciato nel Medioevo, periodo durante il quale era però considerato una spezia e usato per lo più a fini medicamentosi e come base per gli infusi.
È solo dal Quattrocento e poi nel secolo successivo – quello dell’arrivo di nuovi prodotti agricoli anche dalle Americhe, dal mais alla patata fino al pomodoro – che si comincia a considerarlo un alimento, complice la necessità di cibo in epoca di carestie e pestilenze. Da lì prende piede il suo successo, benché fino all’Ottocento fosse molto diffusa solo la specie chiamata “Nostrale”: una leggenda metropolitana vuole che solo nel 1839 il gesuita padre Giovanni Calleri abbia trafugato dalle Filippine i semi di 43 varietà di riso asiatico da cui sarebbe nata la moderna risicoltura, ma prove di ciò non ci sono. Sicuramente invece la creazione a Vercelli della Stazione sperimentale di risicoltura diede nuovo impulso alle ricerche e alla diffusione della coltura, portando la produzione italiana a livelli di eccellenza qualitativa.
Il riso italiano si scontra oggi con molti problemi soprattutto di mercato, ma il 2026 è un anno considerato negativo, nonostante ancora la raccolta non sia terminata, anche per varie grandinate a Nordovest e per la siccità: dove non è stato possibile garantire la corretta irrigazione, le rese sono state minori. Pesa di più però la concorrenza internazionale, tra i dazi statunitensi e le esportazioni di riso indiano, riprese nel 2024 dopo un blocco di un paio d’anni, che ha causato una diminuzione dei prezzi di quasi un terzo.

Il marchio italiano ha tre chicchi coi colori della nostra bandiera

L’Italia è leader in Europa per la produzione e la biodiversità nel riso, grazie alle oltre 200 varietà censite. La superficie coltivata nel 2025 ha raggiunto i 234.732 ettari per una produzione di circa 1,4 miliardi di chili di “risone” (riso grezzo non pulito) da parte di 3.600 aziende; la concentrazione maggiore è tra Piemonte e Lombardia, che coprono oltre il 90 per cento del riso italiano, e poi in Emilia-Romagna, Veneto e Sardegna. Nella nostra regione sono circa 3 mila gli ettari coltivati, per lo più nelle province di Verona e Rovigo. Quasi i due terzi di riso italiano viene esportato nei Paesi europei.
In Italia esiste un ente pubblico, l’Ente nazionale risi, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’agricoltura, incaricato di svolgere un’attività di tutela e controllo di tutto il settore risicolo, e di attuare azioni di divulgazione per incrementare le conoscenze del riso “made in Italy” con campagne d’informazione. L’ente dispone inoltre di un Centro ricerche sul riso dove conduce azioni volte al miglioramento della produzione, svolge attività sementiera, fornisce assistenza tecnica ai produttori e offre un servizio di analisi certificato.
Il settore è da tempo sotto pressione e viene oggi messo a rischio sia dall’aumento record dei costi di produzione, sia dalla concorrenza sleale del prodotto straniero, che spesso entra in Italia con dazi agevolati, in particolare dall’Asia, e con l’ormai nota disparità di regole cui i produttori sono sottoposti, che incidono sul prezzo del prodotto finale. L’entrata in vigore dell’accordo Mercosur spaventa infine per l’apertura del mercato europeo anche al riso sudamericano.
L’Ente nazionale risi ha registrato un marchio che garantisce l’origine, la natura e la qualità del riso nazionale: tre chicchi (cariossidi) di riso lavorato, ognuno con uno dei colori della bandiera italiana, e la scritta sottostante “Riso italiano”.

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