Idee
Il contatto con la sofferenza degli altri è urticante, e chi lo fa per scelta volontaria o per lavoro lo sa bene. Significa parteciparvi, farne parte, a volte subirla per permettere che quella sofferenza allenti un po’ la presa sull’altro, a volte significa anche sentirsi inutili se non addirittura dannosi. Bambini perduti nella violenza anche e soprattutto domestica, nel non amore, nella mancanza, nel disagio psichico e fisico, anche quando vengono accolti, come accade in questa storia e nell’esperienza attuale del suo autore, si portano dietro ferite che sono vere e proprie ustioni, che all’improvviso bruciano ogni cosa, e allora ritorna il deserto, e tornano i fantasmi.
Perché, mai titolo è stato così esplicativo, e nonostante non sembri, anche abissale, “una casa ci vuole”. Valerio Molteni, l’autore, lo sa bene, perché quella casa è anche la sua, in un lavoro che non è come nell’etimo un trascinare un peso, ma un essere con. Nella prima di copertina “Una casa ci vuole” si dichiara romanzo (Città Nuova, 122 pagine, 16,90 euro): nel suo distendersi narrativo è una storia, quella dei bambini e dei ragazzi che entrano e attraversano la casa che li accoglie, quella anche del narratore che li accudisce, li ascolta, ne vive le reazioni di angoscia e rabbia, e che a sua volta narra il suo cammino, che lo ha portato in quella casa. Perché il disagio non è solo quello dei bambini qui accolti, ma anche quello nascosto nella storia personale di chi li accudisce, dei fallimenti e delle rinascite di ognuno.
Quella del racconto è una casa dove può accadere che la bambina poi ragazzina ritorna, dopo che la famiglia che la aveva accolta deve ammettere di non farcela a sostenere lo stare insieme di chi senza apparente motivo colpisce, distrugge e morde, perché è quella l’unica difesa, -chi li ha accolti lo sa- “prima che sia il mondo a colpire, distruggere e mordere”.
I bambini, lo accennavamo prima, diventano adolescenti, e poi donne e uomini, e al momento di andarsene per chi li ha accolti e protetti è difficile lasciare che l’antico ospite apra la porta, condivida un ultimo sguardo e poi torni al mondo e compia il suo cammino.
Ma è questo il compito di chi accoglie: sfamare, curare, assistere chi poi nell’eterno corso delle cose che Pete Seeger aveva genialmente riassunto -e cantato- in quel mitico “turn turn turn”, ispirato dall’Ecclesiaste, riprenda il cammino. Occorre saper dire addio, accettare il nuovo viaggio di chi si è riparato dalla violenza in quella casa, e accogliere chi verrà a bussare.
“Non sono tuo padre”, è il verso della poesia alla fine del racconto, ed è la chiave che riassume sorprendentemente tutto il senso di “Una casa ci vuole”. Non è un padre naturale chi scrive, e che aggiunge “sono quello che lava i piatti”, per suggerire anche altro, un altro che vuol dire aprire la porta, chiedere, accogliere, fare compagnia, lavare, insegnare la vita comune di tutti i giorni, e poi lasciare andare, perché, è ancora una volta l’Ecclesiaste che ce lo ricorda, c’è “un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci”.
Un libro che ci fa tornare a comprendere, perché forse lo avevamo dimenticato, che una casa è stata e lo è ancora, il luogo di nascita ma anche di rinascita, per chi quella casa l’ha perduta o non la ha mai conosciuta.