Chiesa | Mondo
Con il suo stile diretto, quasi da comunicazione in famiglia, Leone XIV annuncia all’Angelus che in settimana sarà al Policlinico Gemelli per un intervento chirurgico. Inatteso annuncio in una domenica romana nel corso della quale, affacciandosi dal Palazzo apostolico ha ricordato il suo prossimo viaggio in Perù, ma anche in Uruguay e Argentina, dal 6 al 17 novembre prossimi. Poi ecco le parole che nessuno si aspettava: “di recente, dopo alcuni controlli medici, mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone, allo stato iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza e mi affido alla vostra preghiera”.
Poche e semplici parole come quelle che il 12 luglio 1992 Giovanni Paolo II affidò ai fedeli in piazza San Pietro, dicendo “ora vorrei farvi una confidenza. Questa sera mi recherò al Policlinico Gemelli per sottopormi ad alcuni accertamenti medici”. Tre giorni dopo l’intervento per l’asportazione di un adenoma al colon. E l’ospedale sarebbe così diventato il Vaticano terzo.
Sorpresa, dunque, per le parole di Leone XIV pronunciate con una semplicità disarmante; parole che hanno sicuramente cambiato il clima gioioso del consueto appuntamento domenicale. Una comunicazione che non è stata preceduta da anticipazioni o segnali da interpretare come un possibile imminente ricovero ospedaliero. Due o tre giorni il tempo di attesa per l’intervento e una settimana la degenza post operatoria, secondo quanto ha comunicato ai giornalisti il direttore della Sala Stampa Vaticana Matteo Bruni.
Angelus nella domenica in cui la liturgia ci fa conoscere la parabola del banchetto di nozze cui molti sono gli invitati e altrettanti coloro rifiutano di partecipare alla festa, anzi mostrano di disprezzare l’invito del re. Proprio quel rifiuto “ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, con una predilezione speciale per i poveri e i diseredati”, affermava Benedetto XVI che aggiungeva: alla generosità di Dio “deve però rispondere la libera adesione dell’uomo”.
Di fronte a un Dio generoso, che ci offre amicizia, doni, gioia, noi spesso “mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi”, afferma Leone XIV: “non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci”. Il re, infatti, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, ma, di fronte al rifiuto “estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti”. Come scrive Matteo nel Vangelo, i servi “radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala si riempì di commensali”.
C’è una sola richiesta da rispettare, ovvero indossare l’abito nunziale. È sempre la pagina di Matteo che ci dice come l’uomo vestito non in modo adeguato venne “gettato fuori nelle tenebre; là ci sarà pianto e stridore di denti”. La parabola dice che siamo tutti invitati a essere commensali del Signore, entrare “con la fede al suo banchetto”, afferma Benedetto XVI, “ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo”.
La festa di nozze, commenta all’Angelus Papa Leone, “è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro ‘sì’. Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi”. E la gioia che annunciamo “non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo”.
Nelle parole che pronuncia dopo la recita della preghiera mariana, il vescovo di Roma parla del dramma del conflitto tra Russia e Ucraina – la “martoriata Ucraina” dice usando l’espressione più volte utilizzata da Papa Francesco – e afferma: “il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra”. Una guerra che “continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei paesi più poveri dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali”. Infatti a causa del conflitto e degli attacchi ai mercantili il paese ha rallentato di molto l’esportazione di mais, orzo e grano, quest’ultimo destinato per il 65 per cento a paesi in via di sviluppo. Per questo Papa Leone rivolge “un accorato appello” alle parti in conflitto “affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero”.