Idee | Pensiero Libero
Tra tutte le immagini sconvolgenti che abbiamo visto tra tg e internet in questi giorni, sul saccheggio di Milano dello scorso fine settimana, quella che più di tutte ci ha impressionato è quella dei ragazzi che escono dalla vetrata sfondata del negozio Champions con pacchi di felpe e pantaloni abbrancati, pronti a fuggire per capitalizzare il bottino.
Perché proprio quell’immagine? Perché in quei pochi fotogrammi (ma loro, gli adolescenti, direbbero frame) c’è tutto il senso di quanto è avvenuto. Ed è un significato lontano anni luce dalle proteste per le condizioni pietose degli istituti scolastici, com’è avvenuto venerdì 16 a Padova, dove tutto si è svolto entro i limiti della civile manifestazione. Ma i fatti meneghini non hanno nemmeno nulla a che fare con quei tir che – disperatamente – stanno bloccando il Meridione d’Italia, impossibilitati a svolgere il loro lavoro per i prezzi dei carburanti; e così le aziende sono senza materie prime e i supermercati mostrano tutta la desolazione dei loro scaffali vuoti.
Ciò che è accaduto a Milano incarna la china pericolosa che da anni percorre la nostra società. Quei ragazzi hanno assaltato negozi monomarca che oramai costellano i corsi principali di tutte le nostre città – da Foot Locker a Under Armour, da Levi’s a Decathlon – a caccia dello status symbol: del capo di abbigliamento che devono avere per essere accettati dal gruppo, ma che contemporaneamente non possono permettersi, perché magari la loro famiglia proviene da uno dei quartieri poveri di una città – lo ha ricordato bene in un editoriale Stefano Arduini, direttore di Vita – in cui l’indicatore che misura quanto il reddito è distribuito in modo diseguale è più alto. In una scala da zero (tutti guadagnano ugualmente) a uno (massima disparità), Milano misura 0,54 contro una media nazionale di 0,43 e il quartiere Duomo-Crocetta, dove sono avvenute razzie e scontri con le forze dell’ordine, arriva al tasso vertiginoso di 0,71. A Padova, questo stesso indicatore – che in termini tecnici si chiama “indice di Gini” – misura 0,486, più vicino alla media nazionale che a Milano, ma vent’anni fa stava a 0,441: questo significa che le diseguaglianze aumentano anche in casa nostra ed è un fenomeno che la politica, la società civile e anche il tessuto connettivo delle comunità cristiane farebbero bene a monitorare. A ben vedere, accettazione di sé da parte del gruppo, necessità di essere notati (anche grazie a un capo firmato), volontà di non essere esclusi sono tutte dinamiche tipiche dell’adolescenza (che oggi anticipa sempre più il suo esordio), per questo non stupisce più di tanto che i fermati per gli atti vandalici commessi domenica siano all’80 per cento minorenni. Di fronte ai fatti commessi, sarebbe stato ben più grave se fossero stati maggiorenni. Certo, interroga e preoccupa, allo stesso tempo, la perdita di ogni freno inibitorio, la scelta deliberata di distruggere, picchiare le forze dell’ordine e rubare. Viene da chiedersi: che cosa (non) è successo nella vita di questi ragazzi per arrivare a tanto? Non ci avventureremo in analisi sulla (mancata) educazione condite da scarsa competenza e un po’ di buon senso un tanto al chilo. Oggi serve preparazione, non si improvvisa. Appare tuttavia evidente che questi adolescenti attraversino un deficit di ascolto e considerazione. Se per “esistere” necessitano di un capo alla moda, e sono disposti a tutto per averlo, significa che non hanno (ancora) trovato la strada che porta al “sé”, al valore della propria persona, il quale basta per darsi in diritto a stare al mondo e proietta più alla condivisione e con gli altri che non alla soddisfazione sterile dei propri desideri epidermici (la moda, appunto…). Quando si rimpiangono i patronati, un tempo pieni e ora spesso chiusi, non lo si faccia solo perché da lì sbucavano i talenti del pallone che non abbiamo più. Generazioni di giovani sono state accolte e ascoltate all’ombra del campanile. E oggi? La famiglia, certo, le parrocchie (non è vero che tutte sono allo sbando, anzi, ogni settimana ne raccontiamo la vitalità in queste pagine), ma sempre più questo diventerà un compito anche per i servizi sociali e per il terzo settore.