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Chiesa IconChiesa | In dialogo con la Parola

venerdì 23 Ottobre 2026

Tre voci per il canto dell’amore

XXX Domenica del Tempo ordinario (anno A) Esodo 22,20-26 Salmo 17 (18) 1 Tessalonicesi 1,5c-10 Matteo 22,34-40
don Riccardo Betto

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Nei Vangeli delle ultime domeniche abbiamo letto e meditato come gli anziani del popolo, i sacerdoti, i farisei, gli erodiani abbiano cercato in tutti i modi di screditare, di delegittimare e di eliminare Gesù, tramando tranelli o ponendo delle questioni spinose.
In questa domenica, altri due gruppi agli antipodi come i farisei e i sadducei si riuniscono e scelgono uno dei loro, un dottore della Legge, per interrogare Gesù «per metterlo alla prova». Se nel Vangelo di domenica scorsa Gesù aveva riconosciuto la malizia e l’ipocrisia della questione posta riguardo il pagamento del tributo, nel Vangelo di questa domenica la tendenziosità della domanda non è da meno. Tuttavia, Gesù accetta la sfida non cadendo nel tranello. «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Il dottore della Legge non si sta riferendo tanto ai dieci comandamenti quanto ai 613 precetti contenuti nell’Antico Testamento. In realtà, la risposta che si aspettava il dottore della Legge era scontata, perché tutti sapevano che per un israelita devoto il grande comandamento era l’osservanza del sabato. Tuttavia, da vari brani evangelici sappiamo come Gesù, pur valorizzando il significato originario e profondo, era un uomo libero e questo era stato oggetto di varie contestazioni.

Ancora una volta, alla domanda del dottore della Legge, Gesù spiazza con la sua risposta: non inventa nulla, infatti, ma in modo ironico va ad attingere alla Scrittura stessa, come di fatto avrebbe dovuto conoscerla il suo interlocutore. Il comandamento grande, per Gesù, è la preghiera dello Shemà e sorprende il fatto che Gesù si affretti a dire che ne esiste un secondo simile al primo. Quindi, il grande comandamento è un’esperienza, è una conversione: amerai! Tuttavia, vorrei raccogliere la provocazione del dottore della Legge per interpretare la nostra realtà di discepoli. In fondo, al di là delle nostre situazioni e intenzioni, c’è una domanda che abita il nostro cuore che spesso ci inquieta: alla fine, a partire da tutto ciò che faccio, che conosco, che credo, cos’è che conta veramente? O meglio, che cosa è essenziale? Gesù ci dice, senza tanti giri di parole: amerai! E questo «amerai» non vuole essere una frase fatta; sappiamo, infatti, quanto il sostantivo “amore” e il verbo “amare” siano usati in modo inflazionato. In quell’«amerai» colgo una sana tensione interiore, un’apertura del cuore; quindi, il contrario di qualsiasi forma di rigidità e di chiusura. Potremmo scrivere tante riflessioni, ma ciò che mi colpisce è il fatto che al Maestro interessi l’integrità e il benessere delle persone. A noi che spesso ci dilettiamo a creare gerarchie nelle relazioni e nell’amore, con le sue parole Gesù riduce lo spazio a competizioni improprie o a contrapposizioni controproducenti delle forme di amore. Nelle sue parole percepisco la circolarità dell’amore, una riflessione libera perché Lui per primo ha amato e ci ama in modo libero. E lo fa liberandoci dal rischio di creare nell’amore delle forme di estremismo. Ciò che emerge in modo nitido è quanto sia necessario ricercare personalmente e insieme un equilibrio in modo da dare movimento e valore a ogni direzione dell’amore.

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»: spesso, in passato, ho sentito l’invito a mettere Dio al primo posto, come se l’esclusiva dell’amore fosse sua. E così mi trovavo a chiedermi: in realtà cosa significa mettere Dio al primo posto? Non è che sia un’esigenza impropria? Devo ammettere che negli anni questa frase mi ha portato a capire che una certa interpretazione può nascondere il rischio dello spiritualismo o di un devozionismo fine a se stesso. Può diventare pericoloso ribadire di amare Dio e di metterlo al primo posto, se poi questo presunto amore va a discapito delle persone che ti sono accanto e dei bisogni di fratelli, se poi questo amore non ha alcun riscontro nella vita quotidiana. Perciò, l’amore a Dio per alcuni può diventare un rifugio per quietare la coscienza. Quel primo comandamento, quell’«amerai il Signore tuo Dio» non è gerarchico ma fondativo: infatti, è l’essere nell’amore di Dio, in un coinvolgimento della mente, del cuore, dell’anima e delle decisioni che permetterà, inzuppati di Lui, di relazionarci con gli altri e con la realtà in maniera vera e totale, sviluppando tutte le nostre possibilità e potenzialità.

«Amerai il prossimo tuo come te stesso»: il secondo comandamento è simile al primo. L’altro non può essermi indifferente, è un fratello che con i suoi bisogni e con le sue precarietà mi interpella costantemente. Tuttavia, non può nemmeno essere colui che mi prosciuga. A volte nel volontarismo o nell’eccessivo altruismo si può nascondere il rischio che senza l’altro e senza sentirti riconosciuto per ciò che fai per gli altri in realtà non sei nessuno. Quante persone ho incontrato che vivono in funzione degli altri e che si annullano: ma è amore? È questo l’amore al prossimo? Nello stesso tempo, Gesù sembra offrirci la misura perché l’amore all’altro sia equilibrato («come te stesso»). Tanti sono cresciuti con l’idea che l’amore a se stessi fosse sinonimo di egoismo. Non nascondo che oggi, paradossalmente rispetto al passato, viviamo in un periodo di individualismo e di egoismo cronico. Proprio per questo, coltivare un rapporto sano e nutriente con noi stessi, dandoci anche una disciplina nell’amore, può aiutarci a prenderci cura, ad avere il coraggio dell’introspezione e del cambiamento, a valorizzare un amore davvero libero. In fondo, nelle parole di Gesù sento un sincero richiamo a non creare frammentazione, gerarchie, competizioni ma a ricercare unità, a creare un’armonia tra queste tre voci dispari – a Dio, al prossimo, a se stessi – per il dolce e creativo canto dell’amore.

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