Idee
Cos’è l’integrazione? Pensiamo alla fisica: nella fusione, unendo metalli diversi ne risulta uno nuovo con caratteristiche differenti da quelli che lo compongono, pur avendo degli elementi in comune. Non sempre, però, le fusioni funzionano: affinché accada ci sono alcune condizioni che devono essere soddisfatte. In Italia queste condizioni sono ancora insufficienti.
Il gruppo di ricerca Fondo Asilo, Migrazioni e Integrazione-Fami del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova ha condiviso, il 21 ottobre scorso, i primi risultati del progetto “I numeri dell’integrazione nei Comuni del Veneto” finanziato dalla Regione: l’obiettivo della ricerca è restituire una fotografia puntuale dell’immigrazione in Veneto per fornire strumenti utili a chiunque lavori all’integrazione. I risultati sono stati pubblicati sul sito integrazioneveneto.stat.unipd.it, liberamente consultabile.
Demografia. Per analizzare l’integrazione in Veneto sono stati considerati due aspetti: la presenza sul territorio della popolazione straniera e parametri come demografia, istruzione e lavoro. Come sono distribuiti gli immigrati nei Comuni della regione? Il numero di immigrati regolari registrati in Veneto nel 2023 è di 498.127 individui, pari al 10,3 per cento della popolazione (contro il 9,1 per cento del resto d’Italia), distribuiti in maniera abbastanza irregolare: la provincia con la concentrazione maggiore è Verona (12 per cento), seguita da Venezia (10,5) e Padova (10,4). In tutto il territorio regionale le fasce di età maggiormente rappresentate sono quelle tra i 35 e i 40 anni, oltre alla fascia infantile e scolastica (a Padova un trentenne su tre è di cittadinanza straniera).
«Un dato interessante della nostra analisi è che gli stranieri tendono a disporsi maggiormente nelle zone urbane e suburbane, generalmente nei Comuni a media densità, ma non è così ovunque – ha spiegato Luca Busolli, ricercatore del gruppo Fami – In Polesine, per esempio, i Comuni di Villanova Marchesana e Bosaro hanno la più alta densità di popolazione straniera di tutto il Veneto, pur essendo territori rurali». Questa disomogeneità può essere spiegata con diversi fenomeni attrattivi e le specificità di ogni singolo territorio che influenzano la scelta di dove stabilirsi.
Istruzione. La presenza di stranieri nelle scuole è un tema fondamentale per rappresentare le dinamiche di inclusione: si nota un aumento generalizzato per tutte le province della presenza percentuale di stranieri e come l’impatto sia più evidente per le scuole primarie. Gli studenti stranieri nelle scuole primarie del Veneto sono passati dal 16 per cento nel 2015 al 20 nel 2025 e nelle scuole superiori dal 9 all’11 per cento. L’analisi mostra anche le enormi differenze fra gli italiani e gli stranieri nell’accesso alle diverse scuole superiori di tutte le province: la presenza di stranieri nei licei si ferma al 7 per cento, mentre sale al 13 negli istituti tecnici e al 17 nei professionali.
L’insieme di questi dati potrebbe sollecitare un quesito: quanti stranieri arrivano a conseguire il diploma di maturità? L’adozione di politiche volte a contrastare la dispersione scolastica, con un focus specifico sulle esigenze degli studenti stranieri, dovrebbe rappresentare una priorità: oltre a una migliore conoscenza della lingua – aspetto fondamentale per l’accesso ai servizi, per l’esercizio dei propri diritti e la consapevolezza dei doveri sociali e delle leggi dello Stato – l’istruzione comporta un miglior accesso a lavori qualificati, facilita la mobilità sociale e pone un parziale freno a posizioni estremiste e radicali.
Lavoro e reddito. Gli occupati stranieri in Veneto sono 267 mila (pari al 12 per cento del totale regionale): rispetto agli italiani svolgono professioni poco qualificate e meno stabili. Malgrado questo, producono quello che viene definito il “Pil dell’immigrazione”: l’11 per cento del Pil veneto, pari a 20 miliardi di euro, è infatti prodotto dagli stranieri.
Ma sarebbe sbagliato pensare che svolgano solo lavori dipendenti: un imprenditore su dieci in Veneto infatti è nato all’estero ed è un dato in continua crescita (+17 per cento negli ultimi dieci anni).
A parlare di occupazione e reddito al convegno è stata Chiara Tronchin di Fondazione Leone Moressa: «Il reddito medio pro capite di chi è nato all’estero è di 19.140 euro contro i 28.370 euro degli italiani, con una conseguente minore quota di Irpef versata (3.380 euro contro 6.170): il reddito medio degli stranieri in Veneto è inferiore del 32,5 per cento rispetto ai nati in Italia. Non dare agli stranieri le stesse opportunità di istruzione e occupazione è un danno anche per gli italiani: eseguendo lavori meno qualificati, la contribuzione versata è minore».
«L’integrazione e l’uguaglianza passano per la scuola, ma in Italia non abbiamo costruito strumenti per aiutare gli stranieri a superare in particolare il gap linguistico – ha commentato Gianpiero Dalla Zuanna, demografo senior dell’Università di Padova e referente del progetto Fami – La scuola italiana è ancora basata sui compiti a casa perché è la stessa progettata negli anni Sessanta, quando gli stranieri praticamente non c’erano: serve una rivoluzione dell’idea di scuola e riforme radicali di cui, al momento, non si vede traccia».
I recenti episodi di violenza non sono altro che una conseguenza: «C’è una grande discrepanza fra le aspettative e i sogni di questi ragazzi e l’effettiva possibilità di realizzarsi: questo crea un risentimento che a un certo punto non è più controllabile, specialmente quando si è giovani, e sfocia in violenza».

«È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui» diceva don Milani negli anni Sessanta per spiegare la centralità della parola, criticando un sistema scolastico italiano troppo classista e basato sulla disuguaglianza. Chi non conosce le parole viene dominato: padroneggiare la lingua permette di partecipare alla vita democratica.