Chiesa | In dialogo con la Parola
Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
La nostra vita è una continua attesa di qualcuno o di qualcosa. Prendendo spunto dal Vangelo di questa domenica comprendiamo che anche questo tempo ci pone in attesa del regno dei cieli, di un Signore che continua a venire. Matteo è l’unico evangelista che riporta questa parabola che è tutt’altro che scontata e semplice. Ci troviamo all’interno del discorso escatologico e questo testo è un’allegoria rivolta soprattutto alle prime comunità cristiane che si stanno spegnendo nell’attesa della venuta gloriosa del loro Signore. Tuttavia, possiamo affermare che questo Vangelo è rivolto anche a noi, alle nostre comunità, in un tempo in cui l’attesa e la speranza rischiano di assopirsi. Spesso questo brano è usato nelle liturgie esequiali: eppure, qui non si parla né di morte che giunge in modo improvviso, né di porte che si chiudono che possono rimandare a un possibile giudizio. Se prendiamo alla lettera il testo, a un primo impatto, tutti i personaggi fanno una figuraccia: la sposa non c’è, lo sposo arriva in ritardo (e pure di notte), le vergini prudenti sono acide nei confronti di quelle tonte e le stolte rimangono senza olio e non entrano.
Mi sento con umiltà di affermare, riflettendo, che questo brano è un appello alla nostra responsabilità. Infatti, spesso nella vita e nel percorso di fede rischiamo di vivere “scentrati” tanto da non sapere più chi siamo. In quel «vegliate» colgo l’appello a fare attenzione a se stessi, al momento presente, a non subire gli eventi ma a vivere l’attesa e il tempo in modo responsabile e consapevole. La chiave di lettura, a mio parere, per comprendere l’allegoria è la figura dello sposo (Gesù): possiamo anche pensare che lo sposo rappresenti gli avvenimenti della vita, le opportunità, tutto ciò che ci troviamo ad affrontare, con gli imprevisti annessi. A questo punto, mi soffermo sulle dieci vergini che sono chiamate ad accogliere lo sposo. Matteo scrive che «cinque di esse erano stolte»: letteralmente “pazze” per indicare che sono insipide e che rappresentano tutti coloro che vivono alla giornata, che si pongono nei confronti della vita, delle relazioni, della fede con superficialità e abitudine. Rimangono «senza olio», perché non hanno preventivato gli eventuali ritardi o imprevisti. Mancano di lungimiranza e di saggezza e nel momento in cui arriva lo sposo non ci sono perché stanno tentando di recuperare olio in extremis. Ci sono poi le vergini sagge: incarnano nella loro vita la sapienza descritta in modo poetico e chiaro nella prima lettura. Sono persone in contatto con se stesse, con il mondo intero e nello stesso tempo capaci di vedere oltre. Questa disposizione interiore e umana le rende responsabili nei confronti del tempo e degli eventi. Tutto questo, dunque, mi suggerisce di chiederci se viviamo da persone accese (in modo responsabile) o da persone spente (in modo passivo). Nel testo parabolico, al ritardo dello sposo, tutte e dieci si trovano ad assopirsi e ad addormentarsi: questo sta a indicare che è una possibilità reale anche nella nostra vita di fede. Tuttavia, ciò che fa la differenza è l’olio di riserva. Quell’olio contenuto in piccoli vasi rappresenta gli strumenti, le risorse che ci diamo per esercitare la nostra responsabilità. È un olio personale, che ognuno procura da sé e per sé e non può essere prestato.
Attualizzando questa allegoria, proviamo a cogliere l’invito che ci viene dalla Parola sulla capacità di gestire le nostre responsabilità (cioè “rispondere di”). Nella mia vita, nelle scelte che faccio, nei comportamenti che assumo sono responsabile? Rispondo io in prima persona oppure preferisco che siano altri a rispondere per me? Nello stile con il quale viviamo la comunità cristiana mi assumo la mia responsabilità oppure opto per delegare sempre agli altri? Tuttavia, se ripercorriamo le vicende della storia, ci accorgiamo di quanto le “deleghe in bianco” abbiano causato danni alle persone. Infatti, solamente quando scegliamo secondo la nostra coscienza, in autonomia, con libertà e con saggezza operiamo secondo lo stile del Vangelo. Questo appello alla responsabilità va, quindi, a dilatarsi nei rapporti, negli ambienti che viviamo, nelle nostre comunità cristiane.
C’è un altro aspetto che il brano ci indica: per vivere in modo saggio, sapiente e responsabile è necessario imparare a dotarsi e a portare con sé l’olio sufficiente per un’attesa imprevedibile.
Mi piace pensare che quell’olio di riserva sia il frutto di un cammino personale caratterizzato da momenti di silenzio e di profondità, di formazione e di ascolto, di Parola e di condivisione reciproca. Tuttavia, un cammino di consapevolezza personale richiede la costanza e l’essere lungimiranti: infatti, può iniziare con desideri profondi e tra slanci di entusiasmo e poi si può assopire per gli eventuali ritardi o per
le aspettative non corrisposte.
Proprio per questo, è sempre necessario avere con sé in piccoli vasi altro olio, cioè tutto quello che mi può servire per essere centrato su me stesso e non essere in balia degli eventi o dei cambiamenti, quell’olio che può dare sapore e senso a un’attesa che prima o poi lascia lo spazio all’accoglienza e alla gioia. Perciò, accogliamo l’invito e l’appello alla responsabilità per poter vivere la vita, e qualsiasi altra attesa, in modo saggio e per entrare anche noi nella sala delle nozze assieme allo sposo, con la nostra luce di persone vive e accese e gustarci insieme la gioia della festa.