Idee
«La base 1° Roc viene chiusa il 1° gennaio 1998. Dopo qualche anno, la Procura di Padova apre un’inchiesta per la morte di due sottufficiali della Marina militare che lavoravano sulle navi a vapore. Morti perché colpiti da mesotelioma. Le famiglie hanno fatto richiesta di risarcimento e lì si è aperta una ricerca sull’origine di questo amianto».
Ricomincia così il ricordo di Giovanni Amato, ex militare dell’Aeronautica in pensione (congedato con il grado di luogotenente), sulla nascita dell’inchiesta sul radon. Un gas, è bene ricordarlo, che da sempre permea i colli Euganei ma solo da pochi anni si è preso coscienza della sua pericolosità. La domanda centrale è: da quando, esattamente?
Il racconto di Amato si colloca all’inizio degli anni Duemila e svela i retroscena che hanno portato alla scoperta della “bomba”: «Io fui chiamato come persona informata dei fatti in quanto all’epoca ero delegato del Cocer (Consiglio centrale di rappresentanza militare, ndr); avevamo trattato l’argomento non per quanto riguarda le persone che erano morte, ma in generale per la presenza di amianto su alcune navi e per la prevenzione. Quando si fanno queste cose ci si esprime attraverso delibere che vanno inviate al capo di Stato maggiore, il quale poi decide cosa rispondere. L’ispettore, che era stato incaricato a Padova di seguire tutta la questione amianto, ha trovato questa delibera al Dipartimento marittimo di La Spezia, ha visto che era firmata da me e dall’ammiraglio Bergantino e ha pensato di chiamarmi come persona informata dei fatti» ripercorre Amato con precisione, come fossero passati pochi giorni da quanto accaduto.
«Noi avevamo trattato l’argomento ma senza fare riferimento a quello che era successo ai due sottufficiali perché neanche lo sapevamo, ma soltanto per chiedere attenzione e prevenzione per le persone imbarcate su quel tipo di navi. Mi hanno chiesto se ero informato di altre basi dove eventualmente c’era stato amianto e se, come delegato Cocer, mi fossi mai interessato, della questione. Io ho risposto di sì perché in effetti al Venda me ne ero interessato in quanto si sospettava la presenza di amianto all’interno della base. A questo punto è partita l’inchiesta» ricorda Amato, passando a questo punto la parola al collega maresciallo Leone Grazzini, veterano della base del Venda e testimone oculare dei rilievi compiuti nel 2004: «Io sono stato convocato dal Tribunale di Padova per accompagnare la commissione che è andata sul monte Venda per ordine del giudice a ricercare l’amianto. E in quell’occasione abbiamo trovato il radon, si supponeva fosse il radon perché i contatori dei tecnici erano tarati per rilevare radiazioni ma non per questo gas. Quindi sono ritornati dopo una settimana, io non ero presente perché influenzato, questa volta avevano gli strumenti impostati per scovare il radon e ne hanno trovato moltissimo, anche sulle palazzine esterne. Noi, quando l’abbiamo saputo, come associazione ci siamo informati, abbiamo contattato lo Iov, il Politecnico, per sapere quali danni poteva causare alla salute, abbiamo fatto dei convegni, abbiamo aiutato le vedove per i morti di tumore al polmone e abbiamo chiesto gli incentivi previsti dalla legge» spiega l’ex militare».
Nel suo racconto Grazzini corre già agli sviluppi successivi. Ma le tappe che hanno portato alla consapevolezza che abbiamo oggi del problema sono state lente e tortuose, come ricorda ancora Amato, rispondendo anzitutto a una nostra curiosità: quando sono stati fatti i rilievi, i sistemi di aerazione erano ormai spenti da anni. E se fossero stati attivi? «Non sarebbe cambiato niente – ammette serafico l’ex militare che ripercorre con un velo di tristezza alcuni passaggi – A seguito della scoperta, la Procura ha iniziato a chiedere a noi singolarmente se eravamo a conoscenza di gente che in qualche modo si era ammalata e noi come associazione ci siamo messi in moto e abbiamo iniziato a fare questa ricerca attraverso i colleghi chiedendo, per esempio, di che male fosse morto uno o l’altro…».
«Alla fine è emerso che tantissimi di quelli che avevano lavorato all’interno della base erano morti per tumore al polmone. È vero che alcuni erano fumatori, ma abbiamo avuto anche casi tra non fumatori. A oggi quelli che sono stati riconosciuti con certezza sono 38. La malattia è stata riconosciuta come dipendente da causa di servizio e sono stati equiparati a vittime del dovere. Poi ne abbiamo ancora una ventina in itinere, cioè gente che ha presentato la domanda ma deve ancora essere verificata. Infine c’è una serie di richieste di persone che hanno sviluppato altri tipi di forme tumorali. Su queste ultime, in alcuni casi il Consiglio di Stato si è espresso favorevolmente, perché non si deve trascurare la quantità di radiazioni assorbite e il tempo in cui uno è stato esposto a queste radiazioni. All’epoca la legge prevedeva un massimo di 500 becquerel per metro cubo d’aria mentre adesso sono scesi a 200. Lì dentro, invece, si partiva da 900, 1.200, 3.000 e anche di più» rimarca il nostro testimone.
In seguito all’inchiesta della Procura di Padova, nel 2005 si aprì finalmente un procedimento che, se riletto oggi, solleva ancora numerosi interrogativi (lo vedremo nel dettaglio nelle prossime puntate). Tuttavia, a livello penale, nessuno è stato giudicato colpevole come riconosce ancora Amato: «Non ci sono responsabili. Il processo che si è chiuso a Padova ha condannato in primo grado l’ammiraglio Agostino Di Donna, poi assolto in appello. È stato assolto perché è stato l’unico che si era interessato della questione, aveva chiesto a chi doveva fare le misurazioni di procedere, sia per il Venda sia per altri siti, ma l’ente non ha mai risposto. La condanna in primo grado è stata pronunciata perché Di Donna (allora a capo della sanità militare, ndr) non avrebbe sollecitato i rilievi. Non esistono responsabili perché non si sapeva. Se si fosse scoperto prima della chiusura del Venda e malgrado la conoscenza si fosse deciso di restare lì, allora ci sarebbero delle responsabilità. Ma è stato scoperto quando la base è stata chiusa. Un’altra azione legale è stata avviata qualche tempo dopo dagli addetti del teleposto, ancora in servizio dopo la chiusura della base. Lì non potevano più stare e hanno chiesto, con questa azione, di essere trasferiti. In quel caso avrebbero potuto esserci delle responsabilità dell’amministrazione militare. Sono quindi stati trasferiti a Padova e quando tornavano su andavano con degli scafandri e li bruciavano all’ingresso quando uscivano» racconta Amato, ormai al termine della vicenda che lo ha visto protagonista assieme a molti altri colleghi.
E sono proprio gli ex colleghi, tutti accomunati dalla stessa esperienza lavorativa, a essersi ritrovati nell’associazione Assi che continua a perorare la causa: «Anche se giudiziariamente la vicenda è conclusa, noi continuiamo a chiedere alla Regione dei monitoraggi a chi ha lavorato al Venda – conclude Amato – Ci sono voluti tre anni perché Ulss 6, Arpav e Spisal trovassero un accordo, ma finalmente gli screening su più di cento persone si stanno concludendo in questi giorni (dicembre, ndr). Inoltre auspichiamo che la malattia dipendente da causa di servizio, già riconosciuta dalla Difesa, possa essere estesa anche al personale civile della base.
I ricordi degli ex militari si fermano qui, in un misto di malinconia e speranza. Ma l’inchiesta sul 1° Roc continua: rimettendo insieme i tasselli del puzzle, sembra emergere che fin dagli anni Dieci del Novecento si sapesse della radioattività della zona.