Idee
La stagione venatoria si è conclusa definitivamente il 31 gennaio scorso, per alcune specie anche prima. Ma quando si parla di caccia l’argomento resta di stretta attualità, sia per i suoi praticanti e appassionati in generale, sia per chi la rifugge e la teme.
All’interno del tema “caccia” si dipana un quadro molto variegato se non complesso. Per la normativa, innanzitutto, che parte dall’Unione Europea e modella le relative leggi nazionali e regionali: alla base ci sono soprattutto due direttive Ue, quella per la conservazione degli habitat naturali e la cosiddetta “Uccelli” del 2009, che cercano di armonizzare la tutela della fauna con la sua gestione; a esse, si sono aggiunti i regolamenti per il controllo di determinate malattie e degli esemplari esotici. Un corpus di regole tutt’altro che blando per l’europarlamentare vicentino Sergio Berlato, eletto a Bruxelles con Fratelli d’Italia, da sempre paladino dei cacciatori.
«La direttiva “Uccelli” contiene già molto: elenca quali specie si possono cacciare e in che periodo dell’anno, in considerazione delle tempistiche di riproduzione e migrazione delle stesse – spiega – Peraltro l’elenco si basa sullo stato di conservazione dei diversi animali, nell’ottica della loro salvaguardia». Se poi si restringe il campo a livello italiano e veneto, rispettivamente con la legge 157 del 1992 e la legge regionale 150 del 1993, per Berlato il terreno giuridico si restringe ancora di più. Questo, in netta contrapposizione con quanto affermato da politici e associazioni di orientamento opposto. «Le norme italiane sono tra le più restrittive, molto di più non soltanto di Paesi dell’Europa dell’Est, ma anche di Francia e Spagna», afferma infatti l’europarlamentare. Discorso analogo per quelle venete rispetto ad altre regioni della Penisola. «Una delibera della Giunta regionale fissa a giugno di ogni anno un calendario molto dettagliato. Aggiungiamo che negli ultimi anni è stato sospeso sempre più spesso per effetto dei ricorsi al Tar». Il 2026 si è aperto, peraltro, con un provvedimento del tribunale amministrativo che ha cambiato drasticamente il calendario in corso: sono state accolte le istanze delle associazioni Lac (Lega per l’Abolizione della Caccia), Lav (Lega Antivivisezione), Lndc (Lega Nazionale per la Difesa del Cane), Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) ed Oipa (Organizzazione Italiana Protezione Animali); pertanto, la caccia al tordo sassello si è dovuta chiudere il 10 gennaio, mentre quella al germano reale, alla canapiglia e alla gallinella d’acqua il 19 dello stesso mese.
Quanto ai cacciatori di per sé, Berlato ribadisce che ciò che fanno non soltanto è regolamentato, bensì monitorato. «Per ottenere la licenza, devono superare un esame in cui dimostrano una conoscenza perfetta della fauna. Sono soggetti a controlli periodici delle loro facoltà psicofisiche e della fedina penale. Per non parlare di quello che devono versare come quote e tasse, tra l’iscrizione annuale, le concessioni governative (173,16 euro), le concessioni regionali (84 euro per il Veneto), l’accesso agli ambiti territoriali e al comprensorio. Insomma, solo per il territorio veneto si parla di almeno 600 euro all’anno: soldi che poi vengono investiti in qualche modo nel settore pubblico. Ma per la collettività fanno anche altro: pensiamo al contenimento di specie invasive come la nutria e soprattutto il cinghiale, si mettono a disposizione gratuitamente contro esemplari che creano problemi all’ecosistema, all’agricoltura e persino alla salute per la peste suina. E che dire del lupo, proliferato enormemente negli ultimi anni negli spazi antropizzati? Per poter agire, occorre che gli enti legislativi diano permessi idonei e lascino usare armi adeguate come un certo tipo di carabine».
Sulla categoria pende da tempo un’altra accusa, quella di agire come lobby per influenzare le istituzioni locali. «Non è il caso del Veneto, perlomeno non per i numeri. Con 34 mila iscritti complessivi, ha una densità venatoria inferiore ad altre regioni come la Toscana che supera abbondantemente i 100 mila affiliati. Inoltre, è da dire che anche all’interno del territorio regionale i numeri cambiano: nelle aree montane e pedemontane ci sono generalmente molti più cacciatori, sia per tradizione che per il passaggio di molte specie cacciabili». Nel Vicentino, per esempio, sono 11 mila, molti di più del Padovano che ne conta 4.350 (i dati sono stati riferiti dagli uffici delle rispettive Province).
Guai poi a confondere i cacciatori con i bracconieri. «Chi lo fa, fa lo stesso errore di chi scambia qualsiasi automobilista con i pirati della strada – sottolinea Berlato – Tra l’altro, di bracconieri ce ne sono sempre di meno: una volta chi cacciava di frodo lo faceva spinto da situazioni di estrema povertà, era più una forma di sopravvivenza; ora, per fortuna, non è più così. E, in ogni caso, chi ci prova è punito severamente, perché l’Italia è l’unico Paese a prevedere sanzioni penali per chi non rispetta le regole venatorie». Altro che assenza di legge, fa capire l’europarlamentare. «è anche un grave danno di immagine».

Collega di Berlato all’Europarlamento, come lui vicentina, Cristina Guarda di Alleanza Verdi e Sinistra ha una visione diametralmente opposta sull’argomento. «Non solo l’Italia è estremamente permissiva rispetto alla stragrande maggioranza dei Paesi europei, lo è addirittura rispetto allo stesso diritto europeo» accusa. Il riferimento è sia al più recente disegno di legge sulla caccia del Governo, che alle violazioni contestate negli anni precedenti.
«La direttiva “Uccelli” richiede agli Stati membri di istituire zone di protezione speciale (Zps) per la conservazione degli uccelli selvatici. Il ddl Caccia va a ridurre queste aree protette, estendendo nel contempo quelle cacciabili, con la riduzione e in alcuni casi l’azzeramento di regole e divieti. Anche le Zps erano già state oggetto di procedura di infrazione. Addirittura il decreto stabilisce che le Regioni sono obbligate a ridurre le aree protette se ritenute “eccessive”; questo, secondo una interpretazione della legge che il Consiglio di Stato ha più volte ritenuto errata, prevedendo un potere sostitutivo del ministro dell’Agricoltura». In altre parole, il ddl in questione rimette l’Italia in condizione di violazione della direttiva “Uccelli” (la 147 del 2009) e di far ripartire le procedure d’infrazione, con conseguenti sanzioni economiche. «A ottobre, abbiamo scritto alla Commissione Europea per segnalare tali irregolarità. Siamo in attesa della risposta». Un’azione che si aggiunge alla lettera inviata al presidente della Repubblica da parte di 55 associazioni italiane, sempre nello stesso periodo, in cui denunciavano degli emendamenti in tema caccia nella legge di bilancio; emendamenti che attenevano «materie delicatissime sotto il profilo della protezione degli animali selvatici e la conservazione della biodiversità».
Non è tutto. Guarda punta il dito anche sui rischi per la sicurezza pubblica. «La stagione venatoria 2025-2026 ha registrato un bilancio drammatico: 46 persone coinvolte in incidenti con armi da caccia, nel dettaglio 12 morti e 34 feriti in totale; di questi, 13 erano totalmente estranei all’attività venatoria». Per non parlare, sempre secondo l’europarlamentare di Avs, delle interferenze con i cicli naturali. «Alcune ricerche scientifiche dimostrano che le migrazioni degli uccelli sono più precoci di quanto considerato. L’estensione dei periodi di caccia oltre febbraio, come previsto dal Ddl, coincide con la migrazione prenuziale e la nidificazione. Intanto, le deroghe per l’uccisione di piccoli uccelli (per esempio il fringuello) sono state bocciate dal Tar e dal Consiglio di Stato per la violazione della direttiva “Uccelli”».
Un ulteriore affondo di Guarda riguarda la percezione della caccia stessa da parte degli italiani. La citazione viene da due sondaggi commissionati agli istituti Piepoli e Ipsos dalla fondazione Capellino. Il tutto su un campione di mille cittadini. «Secondo Piepoli, il 71 per cento vuole ridurla o abolirla; mentre il 23 è favorevole al mantenimento della regolamentazione attuale e il 6 a incentivarla. Secondo Ipsos, l’85 per cento non si sente tranquillo nei boschi e sui sentieri durante la stagione venatoria e l’81 per cento ritiene che la caccia disturbi la quiete e il comportamento naturale degli animali». Insomma, una bocciatura evidente.
Da sempre ostile a tutto ciò che riguarda la caccia è pure Andrea Zanoni, coordinatore nazionale di Europa Verde, già consigliere regionale. «I cacciatori sono una lobby con numeri da prefisso telefonico. La chiusura anticipata dell’ultima stagione venatoria non è stata una vittoria casuale o solo “di carta”, ma il frutto di anni di dura battaglia istituzionale» ha dichiarato per l’occasione in una nota. La sua attenzione è rivolta in particolare alle zone umide. «Nelle aree lagunari i controlli sono pressoché inesistenti, soprattutto in alcune valli di proprietà di privati in cui compaiono addirittura delle guardie all’ingresso».
E si toglie parecchi sassolini dalla scarpa sui cinghiali. «Sono stati i cacciatori in Veneto a portarli in Veneto, peraltro esemplari dall’Ungheria ben più grossi e prolifici di quelli italici tradizionali».
In questo stato di contrapposizione durevole tra i cacciatori e i contrari alla caccia, vale la pena analizzare un po’ di dati. A livello demografico, secondo il ministero dell’Interno, si nota una costante diminuzione: rispetto ai 1,5 milioni di praticanti negli anni Ottanta e Novanta, nel 2024 le licenze valide a livello nazionale ammontavano a 588 mila unità; va però tenuto in considerazione che non tutte le licenze corrispondono a cacciatori attivi. Peraltro, la tendenza a diminuire di numero diventa un altro argomento portato avanti dai contrari, secondo cui confermerebbe una percezione pubblica sempre più sfavorevole a questa attività.
I praticanti, dal canto loro, si presentano come operatori qualificati che puntano alla fruizione equilibrata delle risorse naturali. Nel loro portale ufficiale www.cacciatori-italiani.it dichiarano di battersi «per la difesa dei valori della cultura rurale e per la corretta gestione del patrimonio faunistico, ambientale, culturale». Il tutto accompagnato dalla formazione attraverso le scuole venatorie (ne hanno istituite in quattro province venete, a Padova, Venezia, Verona e Vicenza), nonché con il declamato rispetto della normativa vigente a livello comunitario e italiano. Quanto alla distribuzione nel territorio nazionale, varia abbastanza da regione e regione (come ricordato da Sergio Berlato), con una concentrazione maggiore nel Centro Italia.
E gli animali cacciabili quali sono, perlomeno in ambito veneto? Attualmente risultano una quarantina, nove sono mammiferi (lepri, volpi, conigli selvatici, camosci alpini, caprioli, cervi, daini, mufloni, cinghiali) e il resto uccelli (tra i quali fagiani, colombacci selvatici, quaglie, cornacchie e germani reali). Si possono cacciare soltanto in periodi precisi dell’anno, che differiscono in base alle singole specie e alle loro caratteristiche e abitudini, nonché in relazione al livello di popolazione. I calendari vengono proposti dalla Giunta regionale, previo il parere obbligatorio dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale (Ctfvn). Per l’attività di contenimento vengono formati e autorizzati sempre dalla Regione, quindi coordinati dalla Polizia provinciale; il regolamento distingue tra il ruolo di selecontrollori per i cinghiali e di coadiutori per volpi, nutrie e corvidi.
Le norme di partenza sono le due direttive dell’Ue, la 43 del 1992, nota come direttiva “Habitat” (relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche) e la 147 del 2009 del Parlamento e del Consiglio europeo, la direttiva “Uccelli”, (concernente la conservazione degli uccelli selvatici). Poi ci sono la legge nazionale 157 del 1992; la legge regionale 50 del 1993 per il Veneto, fino al contestato ddl 1552, il ddl “Caccia”. Il mancato rispetto di determinati articoli ha portato a ricorsi amministrativi, vinti in più di qualche occasione dagli ambientalisti.