Storie
Ci sono delle frasi che, nella loro semplicità, illuminano tutta una vita. Quella che ha segnato la strada del dott. Domenico Rossato, medico volontario alle Cucine economiche popolari, la diceva un suo amico fraterno, don Ruggero Ruvoletto, assassinato a Manaus nel 2009. Il suo motto era “Siamo qui per esserci”. Il rapporto del dott. Rossato con le Cucine è iniziato ancora prima della sua nascita, quando il padre le frequentava come studente fuori sede, negli anni duri del dopoguerra.
Ma l’inizio del suo impegno come medico volontario risale al 1998. «Le visite si facevano ancora nello sgabuzzino al piano terra – racconta – Poi, nel 2019, ho sospeso per una serie di impegni, ai quali due anni dopo si è aggiunta la direzione sanitaria dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio, ma mi sono sempre tenuto in contatto con via Tommaseo. Lo scorso settembre sono andato in pensione e ho ricominciato a frequentare il presidio medico delle Cucine, che nel frattempo ha assunto un’organizzazione molto più articolata, grazie soprattutto all’impegno e alle capacità organizzative del prof. Giuseppe Realdi (coordinatore dei medici Cep, sempre come volontario, ndr). Una trasformazione che ho seguito e che rispecchia i cambiamenti del contesto socio-economico».
In che modo?
«Tra la fine degli anni Novanta e all’inizio dei Duemila gli ospiti erano per l’80 per cento immigrati. Adesso la fascia degli italiani è arrivata al 25 per cento. Il secondo cambiamento riguarda la forma, che è costituita dalla struttura che le Cucine, con la Fondazione Nervo Pasini, si sono date, per offrire un servizio sempre più ampio. Un servizio che per essere sostenibile nel tempo richiede una pluralità di competenze. Ci sono farmacisti volontari, infermieri, e un passaggio all’informatizzazione che ci permette, attraverso la piattaforma della Caritas, di conservare il diario clinico dei pazienti».
Opsa, Cucine. Il suo impegno come medico sembra legato comunque a istituzioni a matrice religiosa.
«Vengo da una famiglia dove la fede non era una possibilità, ma un dato di fatto. Mio padre come studente frequentava le Cucine, per la mensa. Veniva dalle montagne vicentine e si iscrisse a medicina dopo la guerra, nel 1947. Anch’io sono venuto qualche volta a mangiare qui. Poi nel 1987 mi sono laureato, nel ’92 mi sono specializzato in chirurgia vascolare e l’anno dopo ho lasciato l’incarico di assistente per lavorare all’Opsa (dove, raggiunta la pensione, continua a impegnarsi come medico volontario). Ma l’approccio come medico volontario alle Cucine risale al 1998».
Come è successo?
«L’Opsa era nata dall’idea di dare una casa a chi non l’aveva. La Provvidenza è intesa non solo come supporto economico, ma come una rete di persone, tra le quali alcuni medici volontari, in grado di garantire anche assistenza sanitaria. C’era un chirurgo, Sergio Bertazzo. Lavorava in pronto soccorso a Castelfranco e operava all’Opsa come volontario. Lui chirurgia generale, io vascolare. Mi propose di fare il medico volontario alle Cucine popolari. Ho pensato: andiamo a vedere. Mi è piaciuto subito lo stile e, dopo un paio di volte, Bertazzo mi ha detto: ora che sei nel mare, nuota. Così ho cominciato. Il mio giorno era mercoledì. Si cercava di fare servizio durante la pausa pranzo o cena, per intercettare le persone che venivano a mangiare».
Cosa le ha dato questa esperienza?
«L’elemento umano è stato, come sempre, distintivo. Sono le persone a dare significato alle cose. Dal 2008 al 2015 faceva servizio con me un farmacista siriano, musulmano. Io parlavo inglese, lui arabo e francese. Eravamo una coppia affiatata. Sia tra i volontari, che tra gli operatori e i pazienti, ci sono state persone che mi hanno impresso segni indelebili, al punto che sto pensando di raccogliere alcuni ritratti in un libro, alla luce della fede più che della professione. Mi hanno salvato la vita, tenuto coi piedi per terra e dato la misura di un’umanità che, nella sofferenza, conserva la sua dignità».
Che tipo di pazienti si rivolge a voi e cosa vi chiede?
«C’è la necessità di intercettare un bisogno che il servizio sanitario pubblico non riesce a coprire: tossicodipendenza, sieropositività, senza fissa dimora… È la chiave d’ingresso al cuore delle persone. Con la visita puoi instillare alcune norme di igiene personale o indirizzare ad alcuni servizi. Chi non sa come accedere a un servizio, di fatto ne è escluso. È uno snodo nevralgico più che un punto sanitario. Per la maggior parte i pazienti immigrati sono giovani e sani e hanno affrontato viaggi, peripezie, violenze di ogni genere. E poi si ammalano qui perché vivono per strada o in una casa senza riscaldamento».
Fare il medico è una missione?
«È un’occasione. Per me lo è stato. Cosa mi hanno dato le persone che mi sono trovato davanti? È il Vangelo della vita, e aspetta occhi in grado di coglierlo. Quando ti dedichi al prossimo fai la cosa migliore che potresti fare. Anche per te stesso».

Il servizio sanitario delle Cucine economiche popolari è un presidio complementare e integrato rispetto al Servizio sanitario nazionale, capace di intercettare le fragilità e accompagnare le persone in percorsi di cura più stabili. Il rapporto continuativo con l’Ulss 6 Euganea consente la presa in carico delle situazioni più complesse e garantisce la continuità dei percorsi clinici.
Il servizio sanitario Cep è uno spazio di cura “a bassa soglia”, pensato per accogliere persone in condizioni di estrema fragilità economica e sociale, riducendo al massimo gli ostacoli burocratici o di accesso. Molte delle persone che vi si rivolgono, incontrano infatti ostacoli significativi nel prendersi cura della propria salute o nell’accesso al Servizio sanitario azionale, a causa di barriere linguistiche o culturali, paura di essere giudicati o schedati…
Anche le precarie condizioni abitative di chi vive per strada o nei dormitori, costituiscono un ostacolo importante alla continuità terapeutica.