Idee
Studio, ricerca, insegnamento, formazione, dialogo: sono tratti del mondo accademico che durante l’anno giubilare si è posto dalla parte della speranza. Nel corso del 2025, infatti, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha operato come un “laboratorio di speranza”, coinvolgendo figure della società civile e dell’università, su scala nazionale e internazionale. Le dodici facoltà della cattolica hanno promosso iniziative pubbliche “per approfondire le modalità con le quali rendere concreto il tema al cuore dell’anno santo” aperto da Papa Francesco e proseguito con Papa Leone. Un’ampia iniziativa, che ha coinvolto anche gli studenti, raccontata in un volume curato da Elena Beccalli. Rettore dell’Università Cattolica, Beccalli è professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari; dal 2014 al 2024 è stata preside della facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Dal giugno scorso è presidente della Federazione università cattoliche europee.
Professoressa, il volume nasce da un “laboratorio di speranza” come lei stessa afferma. Un lavoro interdisciplinare che, per un anno, ha mobilitato le facoltà della Cattolica, con un duplice obiettivo: “orientare azioni per una società equa, giusta e inclusiva” e definire “una sorta di libro bianco utile a disegnare nuove mappe del mondo educativo”. Al termine di questa lunga esperienza, come giudica gli esiti raggiunti?
I risultati sono stati superiori alle aspettative. È stato un cammino interdisciplinare intenso e partecipato, che ha coinvolto accademici, professionisti ed esponenti di primo piano della società civile. Ciò che mi ha colpito profondamente è stata l’eccezionale partecipazione delle studentesse e degli studenti: un segno eloquente che dice tanto della sete di speranza che anima le nuove generazioni e del loro desiderio di mettersi in gioco. Il coinvolgimento dei giovani è stato autentico, fatto di domande e interventi che hanno reso viva la nostra comunità educante. Sono proprio iniziative come queste che ci consentono di percepire con chiarezza come l’educazione non possa più limitarsi alla sola trasmissione di contenuti e competenze tecniche, ma debba essere intesa come esperienza del sapere.
Il sapere può veramente alimentare nuova speranza nei diversi ambiti della vita?
Quando l’università è capace di incidere sulla società orientando al bene comune allora il sapere diventa davvero fonte di speranza. Una finalità che si persegue coltivando il dialogo tra discipline, stimolando il confronto tra generazioni, favorendo la ricerca condivisa. Le università diventano laboratori di speranza in tanti modi. Operando come istituzioni di pace e arene geopolitiche in cui si formano cittadine e cittadini consapevoli, responsabili e attivi. Alimentando nuovi paradigmi in grado di contrastare polarizzazioni, disuguaglianze e individualismi. Attivando proposte pedagogiche innovative come il service learning, fondato sul coinvolgimento della comunità studentesca in percorsi di cittadinanza attiva e partecipazione sociale per rispondere ai bisogni della società. Favorendo percorsi di giustizia riparativa. Questo significa essere la migliore università per il mondo.
Nel presentare il volume fra l’altro lei afferma: “Se vogliamo comprendere la complessità del presente non possiamo farlo da soli”. Come ricorda, si tratta di un tema sottolineato da Papa Leone nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza. Nessuno, dunque, educa da solo. Come trova concretezza questo punto fermo nella vita dell’ateneo?
Papa Leone XIV paragona l’educazione a un’“opera corale”. Una definizione che condivido pienamente, e che riassume bene lo spirito della nostra missione educativa. Comprendere la realtà complessa che ci circonda richiede il contributo di tutti. L’università, infatti, è come un’orchestra in cui ogni persona – studente, docente, ricercatore, personale tecnico-amministrativo – suona il proprio strumento con dedizione e passione. Come in una sinfonia, non tutti sono solisti, ma ogni parte è essenziale per la riuscita dell’esecuzione. Nelle grandi orchestre ci sono musicisti che emergono con forza, altri che restano in sottofondo, ma tutti hanno un ruolo insostituibile e contribuiscono all’armonia del suono e all’equilibrio della melodia.
È proprio nell’incontro di tutte le componenti della comunità educante che risiede la bellezza del processo educativo fondato su una relazione in cui il sapere non si esaurisce nella lezione frontale ma diventa appunto esperienza del sapere.
Per le istituzioni educative, in particolare quelle cattoliche, questo significa offrire ogni giorno modelli di pensiero solidi, coltivare libertà intellettuale e mantenere viva la ricerca della verità.
L’Università Cattolica sta affrontando varie novità. Quali indicherebbe se dovesse individuare le principali?
La principale novità su cui sta lavorando l’ateneo è l’elaborazione del Piano strategico per il triennio, un processo condiviso e molto partecipato. Tre i principi che lo guidano: valorizzare il profilo di ateneo cattolico non profit; favorire una piena integrazione tra la dimensione di comunità educante e quella di research university; costruire un luogo di esperienza del sapere e non solo di trasmissione del sapere.
Il Piano intende dare corpo proprio all’idea di migliore università per il mondo. Cinque i pilastri del Piano, in dialogo tra loro e incentrati sugli aspetti identitari dell’ateneo. Dei cinque ne cito uno, quello che riguarda l’istituzione di una scuola di integrazione dei saperi, finalizzata ad affrontare le grandi questioni del nostro tempo in ottica interdisciplinare.
Si tratta di un percorso parallelo a quello ordinario, rivolto a studenti meritevoli che si distinguono durante l’iter universitario, uno spazio di formazione integrale, di ibridazione dei saperi e di riflessione etica sulla complessità di oggi, quali l’intelligenza artificiale, la pace, le disuguaglianze, le migrazioni e l’alleanza tra generazioni. Una scuola, dunque, che crea le condizioni per contribuire alla progettualità dell’umano a partire dal pensiero critico e dalla definizione di un senso di scopo.
Non ultimo: se potesse rivolgere un messaggio di speranza agli studenti, cosa direbbe loro?
Sono convinta che i giovani meritino molta più fiducia di quanta spesso venga loro riconosciuta. In tanti anni di insegnamento ho imparato che, quando sono coinvolti e resi protagonisti attivi, sanno sorprendere per la loro capacità di trovare soluzioni, immaginare strade nuove da percorrere, contribuire fattivamente al cambiamento. Il mio messaggio di speranza è allora anche un’esortazione a non lasciarsi fermare dalle difficoltà, a coltivare le proprie passioni, a trasformare gli ostacoli in occasioni di crescita. Una sollecitazione a non accontentarsi di risposte semplici o scontate, a cercare il senso delle cose, a mantenere viva la curiosità. È da questa inquietudine creativa che può nascere una società più giusta e più equa.