Fatti
Finalmente siamo arrivati al momento del voto. La campagna referendaria è stata quanto mai scomposta ed emotiva, proprio quando la complessità della materia avrebbe richiesto una particolare lucidità di analisi e un’informazione completa e rispettosa delle reciproche ragioni. Perché un dato dev’essere chiaro: ci sono ragioni su entrambi i versanti e si fa un torto agli elettori trascinandoli in un scontro che non ammette margini dialettici. Però bisogna scegliere, è la logica stessa del referendum che lo richiede, in un esercizio di democrazia di particolare efficacia per quanto riguarda le conseguenze. Il Sì confermerà la riforma nata da una specifica e coriacea iniziativa del governo e della maggioranza, ma condivisa da alcuni esponenti delle opposizioni; il No ne bloccherà l’entrata in vigore e lascerà intatto il testo della Carta. Il meccanismo è quello disegnato dai Costituenti nella loro lungimiranza: quando una legge costituzionale non ottiene in Parlamento una larga maggioranza (i due terzi), come dovrebbe essere nella fisiologia del sistema, essa viene sottoposta al diretto giudizio degli elettori. A rigore non c’è automatismo, ma i requisiti per richiedere il referendum confermativo (oppositivo, secondo altre scuole di pensiero) sono così larghi che, in concreto, se manca la maggioranza qualificata nelle Camere si arriva ineluttabilmente alle urne. E’ accaduto così nel 2001, nel 2006, nel 2016 e nel 2020. Per due volte hanno vinto i Sì e per due volte hanno vinto i No. Non è previsto un quorum come per i referendum abrogativi, ma in tre casi su quattro si è andati comunque oltre la soglia del 50%, con un picco del 65% nel voto sulla riforma Renzi-Boschi che non a caso resta lo spauracchio per Giorgia Meloni. La partecipazione è una delle grandi incognite della consultazione, non solo perché secondo gli esperti l’affluenza condizionerà fortemente il risultato, ma anche perché rappresenterà un test rilevante per lo stato della politica nel nostro Paese.
Nessuno ovviamente poteva prevedere la sovrapposizione tra la campagna referendaria e la guerra in Medioriente, ma è del tutto evidente che la contrapposizione frontale sulla riforma della giustizia ha inciso duramente sulla già scarsa attitudine dei partiti a costruire convergenze almeno sulle grandi emergenze della politica internazionale. L’intervento in Parlamento della premier e il dibattito che si è sviluppato dentro e fuori le Camere hanno registrato un’alternanza paradossale di abbozzi di dialogo e di virulente esasperazioni propagandistiche. Vedremo che cosa accadrà passata l’ordalia referendaria, ma intanto c’è voluta ancora una volta la saggezza istituzionale del Capo dello Stato perché fossero tracciare delle coordinate realistiche e costituzionalmente coerenti attraverso cui orientare la politica estera nazionale. Nella tempestiva riunione del Consiglio supremo di difesa, di cui fa parte anche il presidente del Consiglio, si è confermato che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”, come recita il comunicato conclusivo citando il discorso della premier in Parlamento. Una base su cui si potrebbe cercare di riannodare i fili del dialogo anche con le opposizioni politiche.