Idee
Davanti alle terribili notizie di guerra che continuano ad arrivare, dobbiamo parlare di pace. Lo dobbiamo fare perché sembra che nessuno lo faccia. Non lo fa certamente chi, più o meno spudoratamente, non è così dispiaciuto di quello che sta accadendo, non lo fa troppo neanche chi non accetta per nulla questa situazione, forse perché rassegnato, forse perché, per certi versi comprensibilmente, non sa esattamente cosa dire. Non sono poi così pochi quelli che, come ha denunciato giustamente Papa Leone qualche settimana fa, parlando agli ambasciatori presso la Santa Sede, pensano che “la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza”. Lo dicevano un tempo i romani, talvolta tristemente citati anche oggi. Viviamo nel tragico paradosso di fare la guerra per ottenere la pace!
La denuncia profetica tanto vibrante quanto rischiosamente vuota, però non basta. Sempre il Pontefice, nel medesimo discorso, afferma che “la pace rimane un bene arduo ma possibile” e compito di tutti, nessuno escluso, oggi è esattamente quello di perseguire il cammino arduo e possibile della pace.
La Pontificia Accademia per la Vita, gruppo di scienziati di tutto il mondo che fanno del loro lavoro una custodia della vita umana, ha recentemente lanciato un appello a tutti gli scienziati e accademici del mondo per riflettere insieme su cosa significhi fare della ricerca e dell’attività intellettuale una prassi di pace. Cosa significa cercare il bene arduo e possibile della pace nei laboratori, nei centri di ricerca, nelle università?
Il documento propone un orizzonte largo e qualche punto preciso. La ricerca scientifica, dice il testo, è anzitutto fatta di tensione alla verità, metodologia rigorosa, condivisione dei saperi, capacità di mettersi in discussione. È esercizio di ottima umanità che, se vissuto autenticamente, difficilmente può portare chi lo pratica a lavorare per l’annientamento di un nemico.
Questa idealità chiede però di essere declinata in scelte precise. Il documento invita scienziati e accademici a prendere coscienza del loro ruolo di protagonisti della pace in questo mondo di guerra; inoltre propone di attivare una vera e propria diplomazia della scienza, in cui la condivisione di progetti e conoscenze può superare barriere e confini; infine invita a riflettere su alcuni punti particolarmente complessi e dibattuti.
Il primo è quello detto dell’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per usi bellici: un dilemma molto difficile in un tempo in cui una parte non banale dei finanziamenti viene proprio dal mondo militare. Il secondo è quello che viene da un uso distorto della proprietà intellettuale, che non custodisce solo il lavoro degli scienziati ma genera sistemi monopolistici che arrivano a impedire una reale crescita del sapere scientifico per motivi sostanzialmente economici.
Questi punti sono particolarmente decisivi se pensiamo all’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo sull’intero mondo scientifico e accademico e, purtroppo, anche sul modo che abbiamo di fare la guerra. La questione non è solo legata alle spesso citate armi autonome letali, dove la preoccupazione grave cade sulla possibilità di lasciare a un sistema informatico la decisione sulla vita e sulla morte delle persone. Oggi la guerra si fa anzitutto con sistemi di controllo e gestioni di dati e informazioni dalla potenza inimmaginabile. Anche con campagne di disinformazione, polarizzazione e manipolazione di intere popolazioni: la così detta guerra cognitiva.
Oggi le prime vere e potentissime armi sono computer e algoritmi. Dobbiamo tornare a chiedere con forza agli scienziati di tutto il mondo di progettare e usare questi incredibili strumenti, frutto del loro magnifico ingegno, per fare la pace.
PS. L’appello agli scienziati è reperibile sul sito www.academyforlife.va