Idee
L’eco del licenziamento di 37 lavoratori da parte della InvestCloud di Marghera, unica sede in Italia della multinazionale statunitense, è ancora nell’aria. Proprio qui, nel Veneto delle piccole e piccolissime imprese, un gigante economico per la prima volta indica con cinica trasparenza nell’Intelligenza artificiale la causa della fine di questi rapporti di lavoro: quello che fino al giorno prima facevano le persone, oggi lo sbrigano non meglio precisati «sistemi integrati di intelligenza artificiale», arrivederci e grazie.
Come osserva il segretario della Camera di Commercio di Padova e presidente della Fondazione Marcianum Roberto Crosta in un’intervista rilasciata all’agenzia Sir, opporre la nostra resistenza al processi di transizione tecnologica non avrebbe alcuna effettività. L’avanzamento tecnologico ha costellato di episodi chiave la storia umana, segnando epoche, generando sconvolgimenti sociali, ma permettendo, allo stesso tempo, la conquista di condizioni di vita migliori, la possibilità di uscire da un’economia di sussistenza per nutrire di relazioni ed esperienze l’esistenza.
Oggi tuttavia non possiamo non fare i conti con questa entità, per molti ancora nebulosa, che annuncia cambiamenti radicali e ora inizia a produrli per davvero. Secondo gli ultimi dati Eurostat, solamente il 22 per cento degli utenti internet italiani avrebbe utilizzato a oggi soluzioni basate sull’intelligenza artificiale generativa (che per molti è sinonimo di ChatGpt, ma in realtà è molto di più) a fronte di una media Ue del 35 per cento. D’altronde anche sul fronte della formazione digitale gli italiani sono sotto la media europea: solo il 54 per cento ha una preparazione almeno di base contro il 60 per cento Ue.
Per rendere meno minacciosa questa presenza con cui dobbiamo fare i conti due dinamiche si presentano come necessarie.
La prima chiama in causa ciascuno di noi – cittadini, lavoratori, educatori, volontari – chiamati a prendere sul serio l’imporsi di queste nuove tecnologie: esse non sono il futuro, sono il presente, e se il caso della InvestCloud preoccupa molto perché impatta sulla delicata e fondamentale sfera del lavoro, un approccio consapevole all’IA è necessario per molti altri ambiti: a partire dall’informazione, per distinguere che cosa è vero da ciò che vero non è, per arrivare fino alla programmazione di un viaggio o alla gestione della posta elettronica, tutte operazione che i nuovi assistenti (per esempio Claude) promettono di svolgere egregiamente facendoci risparmiare un sacco di tempo.
La seconda riguarda la classe dirigente, non solo politica, del nostro Paese e non solo. Proprio come sostiene Roberto Crosta, chi è chiamato a decidere deve darsi criteri certi per orientare questa nuova transizione tecnologica che nei prossimi anni muterà considerevolmente il nostro modo di lavorare e non solo. Se l’unico modo di intendere l’intelligenza artificiale è ridurre i costi di produzione in ambito lavorativo, allora significa che come società abbiamo scelto di abdicare a una serie di valori e ideali che da sempre mettono al centro l’uomo e la donna. Alla base di ogni scelta su come integrare l’IA nei processi produttivi, o in branche centrali del sapere umano come la medicina, è necessaria un’etica, con l’obiettivo di liberare la persona da operazioni ripetitive o da mansioni disumanizzanti, oppure con il fine di amplificare le sue potenzialità, non certo di sostituirle.
Ci sono tuttavia dei campanelli d’allarme che non possono lasciarci indifferenti. La recente vicenda dei rider di Glovo, pagati meno di 3 euro l’ora e governati da un algoritmo, allo stesso modo dei 37 licenziati di Marghera, fanno temere che andiamo verso un futuro in cui lavoro e dignità umana non siamo più assimilabili com’è stato finora e come sostiene la dottrina sociale della Chiesa. Una tendenza, questa, che va rimessa al centro del dibattito pubblico, perché a governare le nostre vite non siano solamente i bilanci delle aziende.