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In dialogo con la Parola

venerdì 20 Marzo 2026

Siamo chiamati a diventare artefici di risurrezione

V domenica di Quaresima (anno A) Ezechiele 37,12-14 | Sal 129 (130) | Romani 8,8-11 | Giovanni 11,1-45
don Riccardo Betto

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciatelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Dal deserto all’alto monte, dal pozzo di Sicar alla piscina di Siloe, il nostro cammino quaresimale ci porta a Betania. E Betania richiama il valore della casa, la bellezza delle relazioni. Infatti, Gesù spesso andava nella casa di Betania degli amici Lazzaro, Maria e Marta per rigenerarsi, per sentire che lì non doveva tanto dare, quanto poteva respirare il profumo dei gesti e di un’amicizia libera. Quella casa era un luogo di ristoro, di sana leggerezza e di profondità. E come tutte le case ha raccolto storie, confronti, dialoghi, sentimenti; però anche quella casa ha conosciuto il dramma della sofferenza, dell’impotenza, della morte.

Nel riflettere sul testo di Giovanni proposto in questa quinta domenica di Quaresima, sento quindi l’esigenza di “togliermi i sandali” e entrare dentro questa storia, paradigma di tante storie, con estrema delicatezza. È una pagina complessa che smuove, che riapre ferite, che coinvolge emotivamente. Infatti, nella mia riflessione ho fatto memoria di alcune esperienze personali, ho rivisto volti conosciuti e amati, ho ripercorso storie di sofferenza e di morte incontrate, di dolore e di lutti elaborati o che in modo fraterno con il mio ascolto ho cercato di accompagnare. Per questo, raccogliamo ancora una volta le tante domande, anche quelle irrisolte e senza risposta. Lasciamoci guidare dallo Spirito perché ci offra alcuni spunti, ci possa riconciliare con alcune esperienze che hanno lasciato un segno. Riviviamo le tante situazioni in cui abbiamo provato un senso di impotenza, di sconfitta, di fatica e di paura. C’è, tuttavia, una consapevolezza che emerge in modo netto: in questa pagina di Giovanni non c’è disperazione. Ci sono amarezze, dolore, rimpianti ma non disperazione. Il dolore delle sorelle e di tutti coloro che sono lì è dignitoso e mi provoca a chiedermi: che cosa ha permesso loro di non disperare? Con umiltà azzardo un’ipotesi: probabilmente sono le relazioni che salvano; quel “gancio in mezzo al cielo” è rappresentato dall’amicizia, dall’affetto e dall’amore. Non dimentichiamoci mai che il Vangelo è una storia e un intreccio di relazioni e nelle relazioni si svela la vita e rinasce la speranza.

In questa narrazione simbolica, inoltre, non colgo la malattia e la morte di Lazzaro descritti tanto come eventi biologici quanto paradigmi di una morte esistenziale dell’anima e dell’interiorità. In quest’ottica Lazzaro rappresenta tutti coloro che respirano, che si muovono ma che in realtà sono “morti dentro”.
C’è un imperativo che continua a risuonarmi mentre medito: «Lazzaro, vieni fuori!». Allora, provo a sostituire il nome Lazzaro con il mio nome e mi chiedo: il Maestro da dove mi invita a uscire? Non è che ora io sia chiuso in un’esperienza che è diventata la mia prigione? Non è che le dinamiche di una relazione sono diventate a poco a poco il mio sepolcro? C’è qualcosa che mi sta chiudendo e mi impedisce di essere vivente e vivo, di essere me stesso?

Torniamo all’inizio del racconto. Credo che tutti rimaniamo spiazzati dal fatto che, nonostante sia avvertito dell’aggravarsi della malattia dell’amico, Gesù non muova un passo ma rimanga per due giorni nel luogo dove si trovava. A pelle ci viene quasi da giudicare Gesù come insensibile e freddo, incapace di lasciare le “sue cose” e di riconoscere le priorità. Non ci sorprende allora il rimprovero di Marta e in qualche modo anche quello di Maria: «Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto». Quante volte ci siamo trovati a rivolgere a Dio non tanto un capo di accusa quanto l’espressione di un’amarezza e di un rimpianto: «Se tu fossi stato qui». Nel testo, in realtà ci sono due passaggi che rivelano un Gesù coinvolto emotivamente, un Gesù autenticamente uomo: «Si commosse profondamente… scoppiò in pianto». Questo ci fa comprendere che anche Gesù ha vissuto e attraversato il dolore, la commozione, il pianto: segni visibili di una relazione autentica.

Perché Gesù aspetta e arriva tardi? Forse la risposta mi viene dai tre imperativi rivolti ai presenti: «togliete la pietra… scioglietelo…lasciatelo andare». Questi imperativi sono rivolti a me, a noi. Non possiamo sempre aspettarci che sia Dio a compiere ciò che è nelle nostre possibilità. Come discepoli e come comunità cristiane noi siamo chiamati a fare questo quando ci accostiamo al dolore, alla malattia, alla “morte” degli altri: possiamo restare indifferenti, delegando a Dio o agli specialisti del mestiere, oppure possiamo adoperarci perché l’altro possa uscire dal proprio sepolcro. Solo quando le condizioni sono poste, il grido del Maestro è rivolto alla persona: «Lazzaro, vieni fuori!». E allora, raccogliamo ancora una volta questo grido e appello a riprenderci la vita, a venire sciolti, liberati per andare per le strade della storia con nuove consapevolezze. È il cammino inscritto in noi, persone risorte, chiamate a diventare artefici in modo evangelico – nelle relazioni – di risurrezioni autentiche.

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