Idee
Il referendum si è celebrato. La cittadinanza ha votato. Un capitolo si è chiuso. Dei numeri, dei molteplici significati di questo voto, degli sviluppi politici dell’anno di legislatura che ancora abbiamo davanti parliamo nei servizi dedicati alle pagine 6 e 7. E tuttavia, il referendum costituzionale 2026 fornisce anche l’occasione per tornare su un tema che non rappresenta certo una novità, ma rimane centrale nella vita sociale e nella vita ecclesiale, tanto più in Veneto.
Si tratta della presenza della Chiesa nella società civile e al suo contributo, specie nell’ambito politico. Su questo argomento si è concentrato il card. Zuppi aprendo il Consiglio permanente della Cei che si è tenuto a Roma tra il 23 e il 25 marzo. Ma interpella direttamente anche la nostra Diocesi, perché nelle settimane precedenti la consultazione referendaria ha promosso – come da tradizione prima di importanti elezioni – alcune serate di approfondimento sul merito della riforma dell’ordinamento della magistratura in Italia. Sulla scia della proposta diocesana – formulata dall’ufficio di Pastorale sociale con la Fisp, l’Ac, il Csi, il Masci e l’Ucid – una serie di parrocchie si è mossa e ha organizzato altrettanti dibattiti con un format simile: la presenza di rappresentanti del Sì e del No (quindi non incontri a “senso unico”), una tempistica definita per i relatori, la parola data al pubblico per chiarimenti e opinioni che argomentino, il tutto con l’obiettivo di comprendere meglio una materia ostica, per arrivare a un voto consapevole.
Ancora nel 2026, c’è chi si sorprende che la Chiesa non si occupi solo di materie strettamente inerenti la fede o la religione. Alcuni si domandano perché sia la parrocchia o la Diocesi a organizzare momenti di dibattito, tra candidati o rappresentanti di uno schieramento. Se teniamo presente che il termine “politica” deriva dal greco antico politikē, cioè tutto ciò che attiene alla polis, la città, quindi la gestione degli affari pubblici e l’organizzazione della vita associata, ebbene, di cos’altro dovrebbe occuparsi la Chiesa intesa come l’insieme delle persone che vivono la sequela di Cristo nel mondo e che in virtù del loro essere cristiani formano un proprio modo di interpretare la realtà e decidono di impegnarsi per renderla migliore di come l’hanno trovata?
L’impegno formativo è un cardine della presenza della Chiesa nella società: come ha detto lunedì scorso il card. Zuppi, «non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità». E questa formazione ha nell’impegno per il bene comune uno sbocco necessario, specie in una stagione nella quale i ritmi di vita e la conflittualità (figlia della polarizzazione che dai social è passata direttamente nelle relazioni interpersonali) rischiano di promuovere un atteggiamento di disimpegno più che di attivismo.
Sono gli stessi consigli pastorali parrocchiali e, nell’area più vasta anche le collaborazioni pastorali, a dover vivere una dinamica Politica, con la P maiuscola, laddove a fronte di una lettura e un discernimento sul proprio territorio sono chiamati a organizzare attività solidali e formative: quali sono i bisogni e le potenzialità del nostro territorio? Come affrontarli e promuoverle? Quali risorse mettere in campo? Per quali destinatari? Il tutto evitando logiche di autonomia e di chiusura. La strada da seguire è invece quella dell’unità, che consiste – sono ancora parole del presidente della Cei – nel «mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce, non giustificare mai la divisione e la malevolenza, cercare sempre la via della riconciliazione», tra persone, organizzazioni ed enti locali.
La Chiesa, dunque, come soggetto che assieme agli altri si impegna per la crescita della società e il superamento dei problemi. Certo, questo è far politica. Una cosa preziosa, che non va confusa con la “partitica”.