Il 5 marzo è uscito per Nintendo Switch 2 Pokémon Pokopia. È un nuovo gioco Pokémon, colosso dell’immaginario pop fatto di lotte tra mostri virtuali colorati e pressoché inoffensivi, fresco reduce dal suo 30° compleanno. Questo capitolo, molto diverso dai precedenti, è un simulatore di vita: non si combatte, ma si costruiscono casette, si coltivano piantine, si annaffiano i fiori. Un cozy game, un titolo rilassante insomma, sempre più giocato dalla gente stressata come forma di training autogeno. Colpisce, però, come un pugno nello stomaco, la “lore” di questo gioco: l’ambientazione, i sottintesi, il tema angosciante di fondo. L’umanità è scomparsa: sono rimaste solo radure desertiche, scenari uggiosi, costruzioni cadenti. Qualche testimonianza in giro per la mappa di gioco richiama sconvolgimenti climatici e sociali di un passato remoto. Il protagonista che il giocatore è chiamato a interpretare è un Ditto, un Pokémon capace di mutare forma, che per modificare l’ambiente attorno a sé riprende l’aspetto del suo vecchio “umano”. Il gioco è colorato e rilassante, ma di fatto è ambientato tra le macerie, gli edifici crollati e i paesaggi desolati delle città che molti – compreso colui che scrive – ha “visitato” su Game Boy agli albori del nuovo millennio.
È un gioco di morte e di rinascita. Si può dire che il Ditto protagonista sia chiamato a un’azione di “ecologia integrale”: prendendosi cura non solo di un ambiente ferito, ma anche dei Pokémon che lo abitano, con le loro case e le loro relazioni comunitarie. Amanda Silberling del portale
techcrunch.com titola la sua recensione: “Pokémon Pokopia è un gioco sul riabilitare un mondo spezzato, e io lo adoro”.
Ogni decennio ha proiettato nel genere post-apocalittico le sue paure, dai timori della guerra atomica all’angoscia pandemica. In questo 2026, nel quale il mondo sembra crollare davvero, la fantasia ci proietta già alla fase in cui si ricostruisce sopra le macerie e si riconnettono legami recisi.