Idee
A che cosa dovrebbe servire l’eredità: a trasformare l’esistenza di chi la riceve (all’età delle grandi scelte professionali, abitative e procreative) o a stabilizzare la vecchiaia di chi si appresta ad andare in pensione e perde l’anziano genitore? A porre la questione, ci ha pensato nei giorni scorsi l’Institute for European policymaking (l’Istituto per la definizione delle politiche europee) fondato dall’Università milanese Bocconi e, come vedremo, non si tratta di una disquisizione per poveri economisti della domenica.
Ci sono due fatti da cui partono gli esperti nella loro riflessione: il primo è la conquista della longevità che in Europa, e non solo, rappresenta un successo indiscusso del nostro sistema economico e del nostro stile di vita; il secondo è l’affermarsi della silver economy (l’insieme delle attività economiche, prodotti e servizi destinati alla popolazione che ha superato i 60-65 anni). L’effetto della combinazione di questi due fattori è che l’Europa si appresta a vivere la più grande trasmissione intergenerazionale di ricchezza privata nella storia moderna. Parliamo di migliaia di miliardi di euro – fatti di immobili, risparmi, azioni e partecipazioni d’impresa, pensioni – che nei prossimi decenni passeranno dalle mani di anziani genitori a quelle dei figli e dei nipoti. Solo che chi riceverà questa ricchezza, non saranno in prima battuta dei giovani adulti, con una professione in via di consolidamento, un’abitazione da comprare per una famiglia da costruire: gli ereditieri, proprio in virtù di quella longevità di cui sopra, saranno i genitori di questa generazione appena tratteggiata, quei baby boomers che oggi si godono la pensione, reggono molti servizi e iniziative perché educati alla cultura del volontariato, si occupano dei nipotini (se hanno la fortuna di averne) e popolano le assemblee delle nostre messe con le loro chiome oramai canute. Il passaggio di mano dell’enorme ricchezza privata che sta per avvenire sul continente avrà quindi l’effetto di stabilizzare economicamente queste persone (o queste coppie), che in molti casi aiutano a vario titolo i figli, anche sul versante economico. Questi soldi fungeranno quindi da assicurazione contro la longevità, pagheranno spese sanitarie o assistenziali che si sono rese sempre più necessarie con l’allungarsi della vita e l’insorgere delle patologie tipiche della vecchiaia. Il capitale tardivo, tuttavia, poco può per ridurre l’avversione al rischio nelle prime fasi della vita, quando si è di fronte a decisioni di tipo imprenditoriale, sulla mobilità e sulla fecondità: le quali rimangono vincolate.
La domanda quindi è: questa grande trasmissione di ricchezza privata deve funzionare come assicurazione pensionistica oppure come leva per le opportunità che possono aumentare la mobilità sociale? Si tratta di un quesito assai importante, specialmente in Italia, dove vige l’immobilismo sociale. Lo ha dimostrato uno studio di due ricercatori di Banca d’Italia, Guglielmo Barone e Sauro Mocetti, reso noto una decida d’anni fa dall’editorialista del Corriere della Sera Federico Fubini, in cui si dimostra come i cinque maggiori contribuenti di Firenze (quindi i più facoltosi) del 2010 appartengono a famiglie che già appartenevano al 7 per cento più ricco della città secondo i registri del 1427: 600 anni prima.
Chi dovrebbe rispondere a questa domanda, tuttavia, non sono tanto i ricercatori, i docenti, i giornalisti o, men che meno, i cittadini comuni. La risposta è dovuta, per forza di cose, da parte della politica, quella comunitaria e quella nazionale, in particolare.
Mentre a Bruxelles si ammettono scostamenti di bilancio (trad. debiti) per il riarmo dei singoli Paesi e a Roma si sfalciano decreti per fare largo alla legge elettorale con cui voteremo tra un anno, sono in atto sommovimenti socio-economici che possono cambiare il destino delle popolazioni. Ma si tratta di fenomeni epocali che necessitano di una guida. Di un governo, appunto.