Idee | Pensiero Libero
«Stiamo agendo contro TikTok e il suo design che crea dipendenza, lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica e le notifiche push. Lo stesso vale per Meta, perché riteniamo che Instagram e Facebook non riescano a far rispettare il limite di età minima di 13 anni. Abbiamo avviato un procedimento contro X, per l’utilizzo da parte di Grok di materiale che raffigura abusi sessuali su minori. […] Abbiamo già chiuso i casi con Apple e Meta, e le indagini su Google sono ancora in corso. Abbiamo dimostrato che andremo avanti, nonostante le difficoltà. Abbiamo stabilito delle regole, questa è la legge, e chi la infrange ne risponderà».
Questa parole sono state pronunciate martedì 12 maggio (un soffio prima che questo giornale andasse in stampa) a Copenhagen. A dar loro voce, la presidente della Commissione Europea Ursula von del Leyen, nel contesto del summit europeo su intelligenza artificiale e infanzia, che si è tenuto un uno dei Paesi più all’avanguardia nel mondo sulla prevenzione dagli effetti negativi che l’esposizione a smartphone e social può causare sui più piccoli: «Mi piace, condivisioni, retweet, link, eccetera: le validazioni dei social media influenzano sempre più il loro modo di pensare e di sentire. Un giudizio costante, un confronto continuo e la costante paura di non essere abbastanza – ha elencato Von der Leyen, che poi ha aggiunto – Tutti conosciamo le conseguenze: privazione del sonno, depressione, ansia, autolesionismo, comportamenti di dipendenza, cyberbullismo, adescamento, sfruttamento, suicidio. Con il rapido progresso dell’intelligenza artificiale, questi rischi si moltiplicano a vista d’occhio».
Fino all’annuncio finale: entro la fine dell’anno, la Commissione punterà alle «pratiche di design additive» (grafiche capaci di creare dipendenza, ndr), «cattura dell’attenzione, contratti complessi, le trappole degli abbonamenti».
Dunque, la sensazione che la “saponetta” magica che tutti portiamo in tasca abbia del tossico è oramai condivisa ai massimi livelli istituzionali e, dopo molti Paesi che hanno già posto limiti di età minima per l’accesso a periferiche e piattaforme, ora si attiva l’Ue.
A tal proposito, da giorni è virale proprio sui social (sic!) un video di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, che sfata un mito assai diffuso: lo smartphone è uno strumento, basta insegnare come si usa. Lo smartphone non è uno strumento al pari di una calcolatrice, sostiene il ricercatore, non si è mai visto un 16enne preso all’una di notte dal desiderio irrefrenabile di fare quanti più calcoli possibili con la sua calcolatrice, come accade viceversa con il telefono intelligente.
L’apparecchio insomma agisce nella nostra mente, è fatto perché usarlo ci piaccia e ci offra una piccola soddisfazione immediata, magari quando lo stress quotidiano produce piccole (o grandi) frustrazioni. Da lì scatta la dipendenza, la quale ha tutta l’aria di non essere un effetto collaterale, ma un obiettivo chiaro dei colossi del digital che tramite smartphone popolano le nostre giornate.
Nessuno sembra essersene accorto ma meno di due mesi fa, era il 25 marzo, un tribunale di Los Angeles ha condannato due “aziendine” del calibro di Meta e Google a un risarcimento milionario, stabilendo per la prima volta in un processo, che Instagram e YouTube creano dipendenza. A portare i due Big Tech alla sbarra è stata una ventenne americana che ha confessato come a 16 anni non riusciva più a staccarsi dai social. I giudici hanno ritenuto chiaramente dimostrato il nesso di causalità tra l’esposizione a queste piattaforme e le gravi forme di ansia e depressione che la ragazza ha attraversato, mettendo sotto giudizio non tanto i contenuti veicolati dai social (dai quali possono provenire altri rischi) quanto piuttosto i meccanismi stessi attraverso i quali le piattaforme ghermiscono l’utente per aumentare i profitti (più si rimane collegati e più pubblicità si assorbe).
La domanda è: basteranno le norme nazionali o comunitarie per arginare un fenomeno ampiamente radicato nelle abitudini di tutti? I maggiori complici dei Big Tech, in fondo, siamo noi stessi. La sfida è educativa e culturale, ne va della nostra salute mentale.