Fatti
Costi dell’energia alle stelle per tutti. Anche per le stalle, che però potrebbero contribuire – e non poco – proprio alla produzione di quell’energia che manca o comunque costa troppo cara. Paradossi di una realtà complessa, che è pure difficile mettere a fuoco ma che ci si deve sforzare di guardare nelle sua totalità.
Prima di tutto i costi. Coldiretti ha calcolato che i rincari energetici dovuti al conflitto non risparmiano gli allevatori italiani. Il peso in due mesi sarebbe arrivato a 3600 euro ad azienda zootecnica. Nel dettaglio i rincari aggiuntivi andrebbero dai 40 centesimi a tonnellata per il latte bovino ai 95 euro a tonnellata per quello di pecora. A questi si devono aggiungere i costi dell’alimentazione, con una stima fino a 200 euro in più ad ettaro per mais e altri cereali, oltre a fertilizzanti ed energia. La prospettiva? Per i coltivatori è più che evidente: se non si riuscisse a raggiungere una tregua nel conflitto e i rincari dovessero perdurare, il conto rischia di salire a decine di migliaia di euro per le aziende più strutturate. Aumenti ai quali occorre aggiungere quelli di altri fattori della produzione come i fertilizzanti. Il prezzo dell’urea – uno dei concimi più usati – è balzato a 870 euro a tonnellata, contro i 470 del maggio dello scorso anno.
Ma quindi che fare? Per i coltivatori – ma non solo – una delle soluzioni passa proprio dall’agricoltura e dagli allevamenti. Anzi, con un po’ di esagerazione, ma non troppo, si potrebbe dire che dalla crisi energetica potrebbero salvarci anche le mucche. Certo, in tema di energia tratta da fonti alternative molto possono fare gli impianti solari e quelli eolici, ma per contribuire davvero a soddisfare le “grandi necessità” di oggi molto può infatti fare il biometano da “matrice agricola”.
Se in Italia si riuscisse davvero a intraprendere questa strada si potrebbe arrivare a produrre oltre 5,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno raggiungendo l’obiettivo previsto per il 2030 dal Piano nazionale energia e Clima (PNIEC). Il possibile traguardo è stato indicato poche settimana fa da un rapporto di Legambiente con CIB (Consorzio Italiano Biogas), CIC (Consorzio Italiano Compostatori) e in collaborazione con A2A, AB Group, Arpinge, Asja Energy, Assocarta, Bioman, CH4T, Ecomondo, Femo Gas e S.E.S.A.: di fatto una porzione importante della filiera dei biocombustibili. E le stalle? L’indagine di Legambiente dice chiaramente che a costituire la materia prima per eccellenza nella produzione di biogas sono proprio i reflui zootecnici (75%), seguiti dagli scarti delle colture erbacee (20%). Dal canto suo, ancora Coldiretti (su dati Snam-Cib) aveva stimato che il potenziale produttivo di biometano italiano, potrebbe raggiugere 8,1 miliardi di Smc (standard metro cubo) al 2030 e 15,3 miliardi di Smc al 2050.
In effetti lungo questa strada ci si è già avviati, ma forse troppo lentamente. E’ evidente la fragilità del sistema energetico mondiale che può essere affrontata solo con maggiori investimenti nella direzione che si è appena indicata, oltre che naturalmente in tutte le azioni volte al risparmio energetico. L’impresa tuttavia è importante. Basta pensare che con il biogas purificato in biometano è possibile rifornire autobus, camion e auto; ma ci si possono pure riscaldare le case e le fabbriche o comunque avere energia termica per i processi produttivi più diversi.
ll problema però non è solo legato agli investimenti (che in qualche modo sono anche stati effettuati). Il tema da affrontare è pure quello della informazione e della chiarezza. Poca informazione e condivisione, scarsa trasparenza, esperienze negative del passato, pochi controlli sono tutti fattori che alimentano diffidenza e conflitti. Senza dire delle regole che devono essere più chiare ma soprattutto più applicabili.