Fatti
Il calendario del Pnrr è alle battute finali e le sue scadenze si intrecciano in modo ineludibile con le scelte della politica. Per chi non lo ricordasse – sembra incredibile nell’era di internet e della IA ma il dibattito pubblico ha spesso la memoria corta – si tratta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, fondato su quello che è stato di gran lunga il più rilevante trasferimento di risorse europee all’Italia, principale beneficiario di quel Next Generation EU che a sua volta fu la risposta formidabile dell’Europa alla crisi della pandemia. Al nostro Paese sono toccati 194,4 miliardi di euro, 122,6 come prestiti agevolati più 71,8 a fondo perduto.
La scadenza delle operazioni è fissata per il 30 giugno. Ad aprile è stata autorizzata la penultima rata di finanziamento da 12,8 miliardi e c’è tempo fino alla conclusione di questo mese per un’eventuale (ed ennesima) revisione del Piano, possibilità che il nostro governo ha già fatto capire di voler sfruttare in extremis, salvo precisare che nel caso si tratterà di una revisione meramente tecnica. Il punto però non sono i tecnicismi. La vera domanda a cui si deve rispondere è se questo fiume di miliardi è stato utilizzato bene e la risposta purtroppo è negativa. Certo, dalla pandemia siamo usciti con un balzo che all’epoca sembrava quasi incredibile. Ma il Next Generation EU evocava sin dal nome l’obiettivo di lavorare per le nuove generazioni, in altre parole per il futuro, rafforzando strutturalmente la nostra economia nei settori di maggiore debolezza e mettendola quindi nelle condizioni di garantire negli anni un tasso di crescita in sé adeguato e comunque paragonabile alla media europea. Niente di tutto questo, invece, e lo dicono i documenti ufficiali del governo. Il recentissimo Documento di finanza pubblica stima nella migliore delle ipotesi una crescita del Pil intorno allo 0,7%, circa la metà della media dell’eurozona, e la misura dell’efficienza del sistema nell’impiegare le risorse (la cosiddetta “produttività totale dei fattori”) è addirittura negativa.
La spiegazione di questo esito richiederebbe analisi più sofisticate, ma in questa sede è sufficiente sottolineare che, in buona sostanza, l’ingente flusso finanziario è stato utilizzato più per cercare di tamponare i buchi del debito pubblico (che nel frattempo ha superato anche quello greco), più per sostenere iniziative di utilità immediata ma di corto respiro, più per implementare progetti già esistenti, che per adeguare il nostro sistema economico con riforme strutturali lungimiranti. Da ultimo, a fronte del rischio di non riuscire a impiegare le somme stanziate, si è arrivati a privilegiare i progetti che assicuravano la spendibilità nei termini fissati dalle norme piuttosto che quelli di maggiore portata strategica.
Una vicenda che parte dal secondo governo Conte, passa attraverso il governo Draghi e giunge al governo Meloni. Nessuno si può chiamare fuori da un’onesta autocritica, ma indubbiamente è il governo in carica – forte della sua rivendicata longevità – a portare il peso maggiore e a dover gestire un bilancio che a breve non potrà più contare sul Pnrr. Dalla Ue si colgono aperture sulla possibilità di riconteggiare i dati che consentirebbero di derogare ai vincoli del Patto di stabilità e crescita. Se ne riparlerà a settembre, comunque. Intanto resta l’amarezza per una grande occasione sprecata.