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Quando si parla di aree interne, il pensiero corre all’Appennino calabrese o alle valli spopolate del Piemonte. Ma anche la Diocesi di Padova, osserva suor Francesca Fiorese, responsabile dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro, ha zone che rientrano a pieno titolo in questa categoria. «La nostra Diocesi ha aree interne per la maggior parte del suo territorio. Dall’Altopiano al Bellunese, pensa alla zona di Lusiana. E poi tutta la Bassa, che non ha collegamenti stradali adeguati». Non si tratta solo di distanze fisiche: contano anche le “vie digitali”, le possibilità di connessione, la geografia del lavoro che spinge verso i poli industrializzati. «I ragazzi di Gallio o di Montagnana che studiano a Padova hanno il loro bel da fare. Alcuni devono addirittura trasferirsi, perché il pendolarismo diventa insostenibile».
Eppure la marginalità non è solo un elenco di mancanze. «In alcuni luoghi periferici della nostra Diocesi c’è una vivacità pastorale, un senso d’appartenenza e un amore alla propria comunità che sono molto più belli che non in città. Qui a volte c’è povertà di risorse e mancano energie nuove». Suor Francesca lo tocca con mano negli eventi diocesani itineranti: «Quando andiamo in un paese lontano, la reazione è sempre: “Avete scelto noi!”. C’è una gioia nell’essersi sentiti scelti, nel poter fare qualcosa di diocesano». Una gioia che le fa anche porre una domanda scomoda: quante volte siamo andati fin lì? «Mantenere il legame con Padova è encomiabile. Penso a chi parte da Arsiè per venire agli incontri in centro: è un amore che va oltre la comodità».
Il libro Mondi da custodire sulla pastorale nelle aree interne invita a passare da una pastorale di “inquadramento” a una di “generazione”. «L’inquadramento è la pastorale di vecchio stampo, che somministra sacramenti e organizza. La generazione rimette in gioco i fondamentali della fede». Attenzione, però, al rischio opposto: «Dire “generatevi come volete” crea smarrimento. L’andare ciascuno per la sua strada non è una vera scelta e fa soffrire le persone, perché ciò che vorrebbero è camminare insieme». Serve un obiettivo comune che ogni comunità declini poi a suo modo: «Ci si sente famiglia quando ci si racconta i fatti, ci si sente narrati: per questo sono utili strumenti come La Difesa del popolo. Se un obiettivo è “digerito” nei consessi diocesani, allora senti la comunione».
Sul ruolo del prete, suor Francesca ricorda la ricerca di Giovanni Carrosio, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Trieste: «I risultati dicono che dove il presbitero è attento al sociale, vivace e intraprendente l’impatto è notevole. Non è facile trovare persone disposte ad andare “ai confini” della Diocesi, che sembrano meno gratificanti». Nelle zone montane Pro Loco e gruppi sono vivaci, «ma hanno bisogno di una guida pastorale che li renda attenti alla politica locale, ai giovani, agli anziani. I pastori che aiutano ad avere una visione “altra” fanno la differenza».
E sulla parrocchia che “resiste a tutti i costi”, suor Francesca non ha paura di esporsi. «La parrocchia che resiste a ogni costo è una contraddizione. Noi siamo discepoli di un Cristo morto e risorto: dobbiamo avere la capacità di lasciare spazio a una vita nuova».
Usiamo “parrocchia” e “comunità” come sinonimi, e così abbiamo paura che la fine di una parrocchia sia la fine di una comunità. «Io credo invece che la parrocchia sia un po’ il corpo: a un certo punto l’anima ha bisogno di lasciarlo per vivere altrove, rafforzando un’altra comunità. Il pericolo vero è quando il senso di appartenenza diventa esclusivismo, un “noialtri”. L’arroccarsi è antievangelico».
Cosa può imparare la città dalle periferie? «In periferia vedo una resistenza incredibile: sentono che la parrocchia è la loro, danno l’anima. In città c’è più disimpegno».
Gli elementi di speranza? «C’è il desiderio di far parte di una Diocesi che dà il respiro della Chiesa universale. È bello vivere una vita evangelica che sta anche nel sapersi dire: “Muoio per dare maggior vita”. Non siamo fatti per la sopravvivenza, ma per la gioia piena».