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«Più che la distanza fisica, quello che conta è il tempo di percorrenza e la disponibilità di mezzi diversi dall’auto privata». Gianpiero Dalla Zuanna, professore ordinario di Demografia all’Università di Padova e già senatore tra il 2013 e il 2018, sposta subito il fuoco dalla cartina geografica alla vita concreta. «Possiamo considerare interne anche alcune zone di pianura della Diocesi di Padova, dove ci sono due corriere al giorno e strade complicate, pur distando solo venti chilometri da un grosso centro». Il nodo di fondo è uno: se per lavorare, studiare o curarsi, tutti devono spostarsi, quel territorio è un’area interna.
I dati demografici raccontano un trend di lungo periodo. «Il fenomeno dello spopolamento montano è cominciato negli anni Trenta nel Nord-Ovest, in Piemonte e Liguria, le prime zone in Italia dove è calata la fecondità». E non coincide con i confini comunali: «Studiando Valdagno si vedeva che il centro era florido, ma nelle contrade non c’era più nessuno. Quelle sono “aree interne” per Valdagno stesso». Lo stesso vale per il Grappa o l’Altopiano dei Sette Comuni. Lo svuotamento, però, non è un destino: «In Alto Adige hanno attuato politiche attive per mantenere la gente nei paesi e nei masi. Se lasci fare al mercato, la gente fisiologicamente si sposta».
C’è poi un circolo vizioso demografico: «Nelle aree più remote la fecondità è più bassa, perché le famiglie che vogliono avere figli si spostano dove ci sono le scuole». A Campodarsego, ad esempio, la demografia è più florida della media veneta proprio per questo. E se sui giornali abbondano le storie di coppie laureate che lasciano la città per andare in montagna ad allevare capre, è proprio perché si tratta di qualcosa di inusuale. «Cose impressionistiche, casi singoli – taglia corto Dalla Zuanna – Non definiscono un trend».
Un caso sistemico, invece, è l’Istituto Comprensivo di Bosco Chiesanuova sui Lessini, il più esteso d’Italia: hanno trasformato le pluriclassi (la necessità di unire in una stessa classe bambini di età diverse) in un progetto educativo “alla don Milani”, con ottimi risultati ai test Invalsi e a costi invariati. «Si può fare, ma bisogna volerlo». Vale anche per la Diocesi: «Non dico di tenere aperti gli asili ovunque, ma si può ragionare accorpando centri di costo. Bisogna uscire dalle logiche campanilistiche».
Sul lavoro il discorso cambia poco. «La Regione Veneto investe pochissimo nel trasporto pubblico. Le tragedie sulla statale 308 o sulla 11 sono all’ordine del giorno. Se vuoi mantenere la gente nelle periferie, devi darle il modo di spostarsi in tempi ragionevoli». Non significa tenere aperti punti nascita di montagna con cento parti all’anno, ma garantire vie di soccorso efficaci: «A San Pietro di Cadore un bambino ha avuto un ictus a scuola: grazie all’elisoccorso in quaranta minuti era al Ca’ Foncello. Si può fare, ma serve programmazione». E gli immigrati? «Vanno dove c’è lavoro o dov’è comodo risiedere per raggiungerlo. È pura fantasia credere che si trasferiscano in un paesino sperduto solo perché la casa costa poco».
Il problema politico è che le aree interne sono elettoralmente deboli. «Belluno non ha i numeri per eleggere autonomamente un parlamentare ed è accorpata a Treviso. Chi fa propaganda elettorale guarderà sempre più agli interessi di Treviso». Serve consapevolezza: spopolamento incontrollato significa problemi gravissimi di gestione del territorio.
Sul fronte ecclesiale, il quadro è impietoso. «Negli anni Settanta nei vicariati di montagna c’era una presenza capillare di suore in quasi ogni parrocchia. Oggi trovi preti anziani costretti al “rally delle messe”, che non hanno più energia per seguire i giovani. Stante la scelta della Chiesa cattolica di non aprire il sacerdozio a persone sposate o alle donne, l’unica soluzione è investire su altre figure laiche formate. Perché non retribuire diaconi e operatori pastorali come si sostentano i sacerdoti? L’idea che il volontariato sostituisca questa cura è un’illusione. Non possiamo applicare alle nostre aree interne un romantico modello missionario sperando che funzionino da sole. Servono investimenti strutturali sulle persone».