Chiesa | Diocesi
Dal 2021, una trentina di vescovi provenienti da 13 regioni italiane si riuniscono periodicamente per affrontare una questione poco sentita nella Chiesa: quale pastorale per i piccoli borghi? Parliamo delle cosiddette “aree interne”: comuni e frazioni che vanno da poche decine a qualche migliaio di abitanti, distanti almeno 30 minuti dai servizi essenziali, fino a circa 70 minuti per le zone più remote, definite “ultraperiferiche”. In questi luoghi, spesso la parrocchia è rimasta l’unica istituzione ancora in piedi. L’unica capace, cioè, di tenere insieme una comunità. Da questo confronto pluriennale è stato pubblicato un volume: Mondi da custodire. Una pastorale profetica per le aree interne (Queriniana, Brescia 2025, pp. 105), curato dal vescovo-teologo Felice Arrocca, già vescovo di Benevento e di recente nominato vescovo di Assisi, che raccoglie i contributi di tre vescovi-teologi.

Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, mette in evidenza come negli ultimi decenni per le persone sia sempre meno significativa l’appartenenza territoriale. Abitano spazi multipli – dove vivono, dove lavorano, dove trascorrono il tempo libero – e scelgono la parrocchia non necessariamente per prossimità territoriale, ma per affinità elettiva: frequentano la comunità che è in grado di rispondere alla loro domanda di Dio. Crociata, inoltre, invita a passare da una pastorale di “inquadramento” – quella che per decenni si è limitata a somministrare sacramenti dando per scontata una fede trasmessa in famiglia – a una pastorale di “generazione”, capace di rimettere in gioco i fondamentali della fede.
Roberto Repole, cardinale arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, sposta la sua riflessione sulla figura del prete. Un solo sacerdote responsabile di cinque, dieci, a volte quindici parrocchie non può da solo insegnare, celebrare e amministrare una comunità (tria munera). Qualcosa deve cedere, prima che a cedere sia il prete. La sua proposta è interessante: il parroco dovrebbe esercitare la responsabilità amministrativa sul modello del vescovo, cioè come vigilanza e supervisione, non come gestione diretta di ogni pratica. Non si tratta di liberarlo da qualsiasi responsabilità economica; Repole è chiaro su questo, perché la rappresentanza legale del parroco garantisce che i beni della comunità vengano usati per le finalità proprie della Chiesa. Si tratta piuttosto di cambiare stile: meno presidenzialismo, più fiducia nelle comunità. Il paradosso che il cardinale mette in luce è interessante: oggi, con un solo prete per molte parrocchie, si rischia un accentramento maggiore di quello che si aveva quando i preti erano tanti.
Il contributo di Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, invece, mette in guardia dalla retorica della piccola parrocchia che resiste, che ce la fa da sola, che è bella da raccontare ma spesso si paga con la dispersione di energie, entusiasmo e risorse. Ogni parrocchia che vuole avere tutto – il parroco, le attività, i servizi – finisce per non avere niente di qualità. La sua proposta è un «coraggioso modello integrato»: mettere in rete le comunità, concentrare le risorse, qualificare gli interventi. Un cambio di paradigma che richiede, prima ancora che strutture nuove, una mentalità nuova.
Tre riflessioni diverse, ma con un’unica urgenza: la Chiesa nelle aree interne non può proporre una pastorale attraverso gli stessi strumenti pensati per i grandi centri. E forse, proprio da queste periferie, può imparare qualcosa anche il centro.