Gentile direttore, le scrivo quasi d’impulso, dopo il contenuto dell’articolo “La Chiesa con le braccia aperte” (La Difesa di domenica 19 marzo, pagina 15). Saranno passati almeno 17 anni da quando ho accompagnato il mio allora “fidanzato” a confessarsi alla basilica del Santo
In questo inizio di primavera (ma davvero c’è stato l’inverno quest’anno?) ci sono due parole che fanno da filo rosso: scelte coraggiose. A voi cari lettori di questo giornale sarà forse tornato alla mente il messaggio con cui il card. Zuppi ha aperto lunedì scorso il consiglio permanente della Cei.
Finalmente qualcuno l’ha fatto: stop alle immagini dei minori (per lo più bambini) sui social network. Nulla cambia perl’Italia, perché questo qualcuno è il Parlamento francese che nei giorni scorsi ha deciso di regolamentare la pubblicazione di fotografie dei figli da parte dei genitori.
Ci sono i fenomeni mediatici: imprenditore non trova dipendenti, lancia appelli social, viene inondato di curricula e posta la foto-opportunity con il nuovo assunto. Poi ci sono gli chef stellati che si lamentano: nessuno è più disponibile a farsi sfruttare dalla celebrità culinaria di turno, così i conti sempre in rosso dei loro ristoranti (appianati solo dalle comparsate tv) esplodono definitivamente.
La tradizione Don Lazzaro Lazzaroni nel 1640 fonda la “Compagnia dell’abito nero” la cui eredità è viva ancora oggi e ha donato al paese l’amore per la vecchia chiesa di Santa Maria
Egregio direttore, il suo editoriale nell’ultimo numero del giornale (quello del 19 febbraio, ndr) mi ha spinto a scriverle. Lei si chiedeva, e ci chiedeva, se realmente «il Sanremo di oggi interessi (piaccia?) proprio a tutti». Bene, le rispondo per quel che mi riguarda. Io faccio parte di quell’uno su tre che non lo apprezza.
Il 28 febbraio è stato l’ultimo giorno per compilare l’Isee da parte delle famiglie e vedersi adeguare (leggi aumentare) l’assegno unico erogato, da due anni, per ogni figlio dal settimo mese di gravidanza al 21° anno di età.
Quanto è corta la nostra memoria? A tre anni dallo scoppio della pandemia da Covid-19, la domanda è più che lecita. L’isolamento di intere aree di territorio, i lockdown, i duecento metri da casa concessi per gli spostamenti, i tamponi compulsivi, la fame d’aria di fragili e anziani che non ce l’hanno fatta, la pietosa processione di camion militari in partenza da Bergamo, dove i cimiteri non erano capienti abbastanza per accogliere tutti quei morti.