Nessuno pensa che sia possibile aprire ora una crisi di governo e a ben vedere le congetture sul futuro prossimo scommettono sul fatto che il Paese sarà presto travolto da una bufera economico-finanziaria e con esso anche l'attuale esecutivo. Comunque la si pensi sul governo Conte, chi vuole il bene dell'Italia – dell'Italia tutta intera, una e indivisibile – deve invece puntare sulla sua tenuta e sulla sua capacità di riscossa
Per capire la rilevanza di questa innovazione, bisogna richiamare il dibattito molto serrato – e spesso polemico – che si è svolto in questi mesi sui dpcm e sul mancato coinvolgimento del Parlamento nelle misure anti-contagio. La nuova norma, frutto di un accordo tra le forze di maggioranza e con il via libera dello stesso Governo, è costruita sul modello della procedura prevista per coinvolgere il Parlamento in occasione delle riunioni del Consiglio europeo: il premier riferisce alle Camere circa la posizione che andrà a sostenere in quella sede e le Camere, dopo un dibattito, esprimono degli indirizzi non vincolanti ma di cui il Governo evidentemente non potrà non tener conto. Un passaggio analogo, quindi, sarà previsto anche per i dpcm, tranne che nei casi di estrema urgenza in cui la verifica parlamentare sarà successiva.
Nella relazione annuale presentata qualche giorno fa, la presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, ha indicato nella Costituzione la “bussola necessaria” per la vita civile anche in questo tempo eccezionale. E sì che di una bussola c’è gran bisogno in un momento in cui la cosiddetta Fase 2 vede sovrapporsi le spinte, talvolta disordinate, ad ampliare la libertà di movimento e di iniziativa, recuperata solo parzialmente a causa delle ineludibili esigenze della profilassi sanitaria, e una proliferazione non sempre coordinata di norme e di interventi ai vari livelli istituzionali.
In un momento così complesso e difficile, in cui servirebbe rispetto e colaborazione tra le Istituzioni, non passa inosservato l'atteggiamento di molte Regioni che, da settimane, continuano ad anticipare o addirittura a contrapporre le proprie ordinanze alle decisioni di carattere nazionale. Con una sistematicità che non può non far pensare a un disegno politico, continua il fai-da-te, con esiti a volte grotteschi perché, al di fuori del rispetto dei ruoli e della “leale collaborazione”, il sistema impazzisce verso l'alto e verso il basso
Il deficit è stimato al 10,4% del Pil, un livello che non si vedeva dal 1992, il debito al 155,7%. Di positivo almeno c'è che verranno cancellate le “clausole di salvaguardia”, quelle che dal 2011 zavorrano ogni manovra economica annuale sotto la spada di Damocle di un aumento dell'Iva
Il discorso sulla ripartenza economica del Sistema-Italia dopo la pandemia – quando per la verità il contagio del Covid-19 è tutt'altro che sconfitto – si mostra in questi giorni fortemente intrecciato con le questioni relative al rapporto tra lo Stato e le Regioni e tra le diverse aree del Paese. Di questo intreccio e dei problemi che pone, anche in termini di conflitti redistributivi, abbiamo parlato con Floriana Cerniglia, ordinario di economia politica all'Università Cattolica di Milano e direttore del Cranec (Centro di ricerche in analisi economica e sviluppo economico internazionale), una studiosa sempre molto attenta al tema dei territori e delle autonomie
Al di là degli equilibri politico-istituzionali, importantissimi, c'è una questione ancora più profonda: riguarda la tenuta unitaria di un Paese che, pur colpito dal contagio in misura estremamente differenziata, ha reagito in modo coeso e reciprocamente responsabile. La solidarietà non guarda i confini amministrativi. Nessuno si può salvare da solo: se lo dicessero anche i presidenti delle Regioni sarebbe un bel regalo a questa Italia martoriata e un buon viatico per una ripartenza che richiederà il contributo di tutti