«Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti, presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa... Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è... Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale».
Il viola plumbeo del deserto e della serietà necessaria arriverà a circondarci e forse a opprimerci con i toni del pericolo e dell’abbandono; quando per un istante apparirà il bianco candido dell’amore, dell’amicizia e del pane condiviso, fin troppo presto esso annegherà nel rosso silenzioso e tragico della violenza e di una condanna che inchioda e che sembrerà zittire nel buio la speranza… ma il bianco tornerà a sfolgorare, la speranza rifiorirà, vincerà, alla fine, la luce
Alcune delle domande più urgenti che questa crisi piena di stimoli spirituali e pastorali ha messo nel cuore di tanti di noi poveri preti, che in questi giorni del coronavirus stiamo lottando per essere “frati Cristoforo” e non “don Abbondi”
Sono nato nella prima metà degli anni ‘80. Faccio parte di una generazione che, nell’arco della propria iniziale parabola di vita, ha visto esplodere le possibilità personali. Una “libertà di” crescita incredibilmente agganciata all’idea di un mondo alla portata.