Idee
Onorevole Flavio Tosi, europarlamentare e segretario veneto di Forza Italia, già sindaco di Verona dal 2007 al 2017: il 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa, in ricordo del discorso pronunciato a Parigi, nel 1950, da Robert Schuman. Un intervento che viene considerato il punto di partenza dell’integrazione continentale.
A cosa serve questa Giornata?
«L’obiettivo è quella di rendere l’Europa più conosciuta, così che si capisca realmente qual è l’importanza di questa istituzione e quali sono le sue potenzialità. Di sicuro i giovani oggi sono molto più europeisti rispetto ai loro coetanei delle precedenti generazioni».
L’Europa però sembra ancora frammentata e divisa. Alla fine, l’unica cosa che sembra unirci è avere in tasca le stesse banconote e le stesse monete…
«Io direi che da qualche anno a questa parte si sta andando nella direzione opposta. Una grande prova che l’Europa ha saputo superare unita è stata quella del Covid. Se non ci fosse stato quello che da noi si chiama Pnrr, cioè se non ci fossero stati i fondi stanziati a livello europeo per aiutare i Paesi che in quel momento erano in difficoltà, e quindi l’Italia tra i Paesi con l’indebitamento più elevato, ci saremmo fermati. In quella situazione l’Europa ha dimostrato di essere tale. Poi, più recentemente, l’Europa ha dimostrato di essere compatta in difesa dell’Ucraina, com’è giusto che sia perché l’Ucraina non fa parte della Ue, ma è Europa. Non è che difendere l’Ucraina costi poco, ma è un atto doveroso e lo si è fatto assieme».
Resta ancora da superare la questione dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio della Ue, una procedura che conferisce di fatto il diritto di veto a ciascun Paese, anche il più piccolo.
«C’è finalmente una forte spinta in questo senso e stiamo andando nella direzione giusta. La sconfitta di Orban ci aiuta molto perché è chiaro che la presenza di un Paese, tra i 27, che voleva smantellare l’Europa lavorando all’interno dell’Unione, creava problemi. Adesso in Ungheria c’è un premier europeista e questa novità agevolerà questo percorso».
Allora possiamo dire che esiste un’identità europea?
«Si sta lavorando per migliorarla. I cosiddetti patrioti, che la criticano perché vorrebbero distruggerla, e ripetono che è troppo lenta e troppo debole, se la prendono con un’istituzione che non è quella che dovrebbe essere. Un’Europa vera dovrebbe essere una vera confederazione di Stati dove c’è un potere centrale, eletto direttamente dal popolo e che lo governa. Adesso c’è tutta una serie di meccanismi, di trattative. Il processo decisionale è lentissimo».
Lei è fiducioso?
«Se vogliamo competere con Stati Uniti e Cina, e con tutte le restanti superpotenze del mondo, dobbiamo diventare più efficienti e più veloci. Si arriverà a stabilire che i cittadini eleggono il presidente della Commissione e il Governo europeo, e questo esecutivo deciderà per gli europei. Siamo costretti, e includo anche chi sarebbe contrario, ad andare nella giusta direzione. Ci ha dato la sveglia l’arrivo di Trump, che ha superato ogni logica, etica e morale ed è, a mio avviso, un caso psichiatrico da studiare, una persona pericolosa per gli Stati Uniti e per l’Europa. Prima eravamo tranquilli, rilassati, convinti che i prezzi sarebbero rimasti costanti. Lui da una parte e Putin dall’altra ci hanno fatto capire che o l’Europa cambia oppure rischiamo di soccombere economicamente».
Quindi l’Europa sta imparando a diventare autonoma?
«La più grande sfida è quella delle armi. Per fare la difesa europea, con le nostre armi, non per comprarle dagli Stati Uniti. Che senso ha arricchire Trump e i suoi principali finanziatori?».
Questa Europa però è ancora burocratica, piena di vincoli e di regole.
«Sì, perché non è ancora l’Europa cui noi aspiriamo. Il modello cui tendere è proprio quello degli Stati Uniti, dove ci sono cinquanta Stati confederati, che hanno una fortissima autonomia interna. È quello il modello da raggiungere. Il cartello dei Paesi volenterosi è partito proprio con lo spirito di rimboccarsi le maniche per cambiare le cose. Anche perché se sono d’accordo i cinque Stati più grandi, ovvero Spagna, Italia, Germania, Francia e Polonia, che insieme hanno la maggioranza assoluta, gli altri li seguono».
A due anni dall’elezione è contento di quello che è riuscito a fare in Europa?
«Sì, anche perché se sei, come il sottoscritto, in commissione Ambiente e in commissione Trasporti, puoi incidere significativamente su alcune scelte importanti. E poi questa è una legislatura di cambiamento. Quella scorsa è stata un po’ disgraziata per il Green Deal, dove decideva principalmente il governo tedesco. Adesso quasi tutti i governi europei sono di centrodestra: si abbandonano i voli pindarici e si torna con i piedi per terra».