Idee
Onorevole Stefano Bonaccini, eurodeputato e presidente del Partito democratico. Il 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa, un appuntamento che ci invita a riflettere sul nostro essere europei.
Sorge spontanea la domanda: esiste ancora un’identità europea di cui essere orgogliosi?
«Incontro spesso studenti e studentesse di diverse scuole, quando vengono in visita alle istituzioni europee a Bruxelles o Strasburgo, oppure recandomi io di persona nei loro istituti. A loro dico sempre che devono credere nell’Europa unita e nelle sue istituzioni, innanzitutto per due motivi: il primo è che dalla mia generazione in poi – sono del 1967 – fino alla loro, abbiamo tutti e tutte avuto il privilegio di crescere senza conoscere direttamente l’orrore della guerra. Mai era accaduto nella storia dell’umanità che per oltre 80 anni si potesse, in questa parte del mondo, vivere in pace. Ma non è un caso: dopo le macerie e gli indicibili lutti provocati dal nazifascismo, chi in Europa occidentale era abituato a spararsi alla schiena o al petto decise che era venuto il momento di fare la pace e dialogare. Non solo: anche costruire istituzioni comuni. Nei decenni successivi si è arrivati all’attuale Unione europea a 27 Stati, che si allargherà ulteriormente visto che Paesi come Albania, Montenegro, Ucraina e altri hanno chiesto di aderirvi per farne parte. Tutto ciò ha garantito a tutti noi pace, libertà e democrazia. In secondo luogo aggiungo agli alunni che, pur con tutti i difetti che ha, questo è il luogo nel mondo in cui ancora oggi sono più garantiti i diritti e le libertà individuali e collettive. Voglio che i valori, i diritti e le libertà che ho citato siano patrimonio garantito anche alle mie figlie e alla mia nipotina di due anni e mezzo, così come alle generazioni future».
Nel confronto con le grandi potenze, l’Europa appare sempre meno incisiva. Come si può rafforzare il nostro ruolo nello scenario mondiale?
«Di fronte a vecchie e nuove potenze o l’Unione europea – che rappresenta poco più del 5 per cento della popolazione mondiale – diventa più unita e più forte, oppure il nostro destino di singole Nazioni sarà segnato: decidere di chi saremo sudditi in futuro. Io condivido molto le proposte che Mario Draghi, nel rapporto che gli è stato affidato dalla Commissione europea, ci ha presentato nell’autunno del 2024. Elenco le tre principali: eliminare il diritto di veto per permettere di procedere a maggioranza, a partire dalla politica estera (senza la quale non si può essere soggetto politico forte); mettere a disposizione dei Paesi membri una dotazione di centinaia di miliardi di euro, anche ricorrendo al debito comune, per garantire, in epoca di bassa crescita, competitività e opportunità a sostegno del lavoro, delle imprese e della ricerca (anche per recuperare un gap tecnologico, accumulato in questi ultimi venti anni, nei confronti di Cina e Stati Uniti); stipulare nuovi accordi commerciali con altre aree del mondo, per evitare, anche a fronte degli insensati dazi introdotti nei confronti delle nostre merci da Trump, di dipendere troppo solo da qualcuno. Il problema è che mentre questa terza proposta la stiamo meritoriamente perseguendo, le prime due per ora non sono attuate, soprattutto per l’avversione di diversi governi, tra cui quello italiano».
Negli ultimi anni abbiamo affrontato la crisi pandemica, le crisi energetiche, le difficoltà nel commercio globale. L’Europa è ancora fragile o sta imparando a camminare con le sue gambe?
«Per le ragioni che dicevo poc’anzi trovo molto importante che l’Unione europea abbia stipulato finalmente nuovi accordi commerciali, attraverso reciprocità e clausole di salvaguardia per tutelare i produttori europei, con l’area Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), l’India o l’Australia. Perché dove non passano le merci, peraltro, rischiano di passare gli eserciti. Ciò andrà esteso anche ad altri settori a partire dalla gestione dei dati informatici e di tutto ciò che nuove tecnologie producono, nel bene come nel male, se non regolati».
a libera circolazione delle persone e delle merci e progetti come l’Erasmus hanno cambiato in meglio la vita degli europei. Molte persone però percepiscono l’Unione come distante e burocratica. Cosa si può fare per avvicinarla?
«La decisione più urgente è eliminare il diritto di veto ai singoli Stati membri, per permettere di decidere a maggioranza, dunque più in fretta. Perché consentire a uno solo di poter impedire che gli altri, se d’accordo, possano procedere, porta diritto alla paralisi e alla percezione che la politica serva a ben poco, se non è capace di decidere o decide lentamente. Il problema è che diversi partiti sono contrari, in particolare le destre sovraniste, e il motivo a me è molto chiaro: un’Europa più forte e unita non piace a chi vorrebbe mantenerla debole e divisa, in modo da scaricarle addosso ogni colpa. Aggiungo che servirebbe l’elezione diretta del presidente della Commissione europea, in modo che ogni cittadino-elettore possa scegliere chi debba guidarlo. Credo che questo responsabilizzerebbe molto di più ognuno di noi».
«La mia idea è che l’Unione europea abbia dimostrato la sua capacità di rispondere alle emergenze, come la pandemia e la crisi in Ucraina, ora dobbiamo fare un passo in più, passare dalla capacità di reagire a quella di anticipare, passando a una strategia a lungo termine».
Un auspicio, ma anche un’esortazione a una maggiore reattività: è il messaggio della premier Giorgia Meloni al vertice della Comunità politica europea a Yerevan, in Armenia. Per la presidente del Consiglio rimane centrale il tema delle migrazioni: «La nostra posizione è chiara: combattere i trafficanti, impedire che si ripeta una crisi come quella del 2015 e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito».