Idee
Non era un avventuriero a caccia di emozioni forti o in fuga da sé stesso. Non era un esploratore. Era solo un prete, ligio a tutte le prescrizioni del suo stato. Ma Daniele Comboni è stato un uomo di Chiesa che ha vissuto al di fuori di ogni recinto protetto.
Forse sono proprio le contraddizioni di questa grande personalità che hanno spinto lo storico Gianpaolo Romanato a dedicargli un fortunato volume, ora pubblicato, per i tipi di Edizioni Studium, nella sua terza versione. L’autore, già docente di Storia contemporanea al Bo, dal 2007 membro del Pontificio comitato di scienze storiche della Santa Sede e presidente il comitato scientifico della Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine, ha presentato il suo avvincente libro L’Africa di Daniele Comboni (1831-1881). Missione, esplorazione, avventura, nella sede dei Comboniani, in via San Giovanni di Verdara a Padova.
A stimolare una narrazione affascinante, dopo il saluto di padre Gaetano Montresor, sono state le domande della giornalista Sara Zanferrari. Anzitutto: perché mai una ricerca su una personalità così complessa come quella di Comboni, di cui nel 2031 verrà celebrato il secondo centenario della nascita? «Nel 1992 – ha ricordato Romanato – era uscita la mia biografia di Pio X, che aveva suscitato una discreta eco. Così venni invitato a scrivere un libro su Comboni da padre Pietro Chiocchetta, postulatore della causa di canonizzazione, che mi ha messo a disposizione i documenti, l’epistolario e poi l’intero archivio della Biblioteca Africana di Roma. Sono stato libero di svolgere tutte le mie ricerche senza alcun condizionamento». Per capire adeguatamente Comboni, Romanato ha anche visitato il Sudan e l’Uganda. Da Karthoum a El Obeid, nel Kordofan, ha ripetuto lo stesso percorso del missionario. Anche se, nel frattempo, quel territorio è profondamente mutato. «La prima edizione del volume è uscita nel 1998. Poi l’ho riscritta nel 2003, con numerose aggiunte. E adesso ci ho messo ancora le mani, perché nel frattempo Comboni è stato proclamato santo».
Ma in che contesto si era formato? «Comboni era nato a Limone sul Garda, nel Lombardo-Veneto austriaco, in Diocesi di Brescia: un borgo che all’epoca era un paesino fuori dal mondo. Decise che sarebbe diventato sacerdote; per lui fu naturale andare in seminario a Verona, dove venne accolto nell’istituto di don Nicola Mazza, che dava grande importanza alle lingue e alla geografia. Siamo negli anni Quaranta dell’Ottocento: iniziano ad arrivare notizie sull’Africa, ma in tante mappe c’è ancora l’indicazione Hic sunt leones. È il periodo in cui iniziano le prime missioni esplorative. L’impero ottomano decide l’apertura del canale di Suez, inaugurato nel 1869.
Don Mazza si appassiona all’idea di una missione africana. Nel gennaio 1846 la Santa Sede decide l’apertura del Vicariato apostolico dell’Africa centrale. Certo, non era un obiettivo facile: l’unica via di accesso all’Africa nera era il corso del Nilo. Una via che viene giudicata affidabile, perché controllata dall’Egitto. Nel 1847 cinque missionari risalgono il Nilo fino a Khartoum, dando un contributo fondamentale alla scoperta delle sorgenti del fiume. L’unica tassativa limitazione riguarda il divieto di fare proselitismo presso i musulmani. Potranno essere contattate solo le popolazioni africane non islamizzate, residenti oltre i confini egiziani. Nella loro attività i missionari però si scontrano con difficoltà che forse non avevano previsto: non c’è acqua potabile, manca cibo commestibile. «La malattia più diffusa era la dissenteria, che poteva essere letale. E poi in Sudan si diffondeva la malaria, che indeboliva le facoltà cerebrali». Comboni compie il primo viaggio in Africa nel 1858. Dal Cairo a Karthoum sono necessari 78 giorni. Vietatissimo rinfrescarsi nel fiume: ci sono sempre in agguato i coccodrilli, «animali perfidi e vigliacchi». Come arriva a destinazione, si ammala di dissenteria. E poi di febbri tropicali. Dopo un periodo di cura a Verona, Comboni riparte per l’Africa alla fine del 1860 con l’obiettivo di aprire una missione in Sudan. «Anche a prescindere dall’aspetto religioso – osserva Romanato – la figura di Comboni è quella di un protagonista della storia dell’Africa. Ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza geografica ed etnologica del continente. Non a caso si devono ai Comboniani i primi studi sulle lingue africane. Proprio in quegli anni comincia però la tragedia del Sudan, con la divisione tra il Sudan islamico e il Sud-Sudan pagano».
All’impegno religioso dei missionari faceva da contraltare l’interesse economico dei mercanti. «Praticamente, senza accorgersene, i missionari aprirono la strada alla predazione speculativa dell’avorio e del bestiame. I religiosi si rendono conto che il Sudan è sovrabbondante di elefanti e conseguentemente di avorio, che all’epoca era uno dei materiali più richiesti dall’Europa».
All’inizio non fu facile per i missionari guadagnarsi la fiducia degli indigeni. «L’africano per loro – scrive Romanato – era un barbaro, non solo perché viveva in uno stato primitivo, quanto perché non era battezzato. Il loro scopo era battezzare, non civilizzare. L’incivilimento era solo uno strumento della cristianizzazione, reso necessario dal fatto che “invano si predica il regno di Dio agli affamati”». Nel contempo gli africani non avevano nessuno strumento per distinguere fra mercanti, missionari e soldati, che erano tutti bianchi ed europei. Comboni fu dunque il primo a vedere gli africani come esseri umani, a distanziare la missione da soldati e mercanti. I guerrieri mahdisti, che avevano costituito uno Stato islamico, oltre ad ammazzare i vertici del Sudan, devastarono la tomba di Comboni, che si era spento a 50 anni il 10 ottobre 1881.