Idee
“Siamo noi oggi la famiglia che non ha avuto o che ha perduto lungo il cammino. Questo è il giorno della comunità, Non serve solo a Marius serve anche a ciascuno e a ciascuno di noi per ricordare che possiamo e dobbiamo fare di più, con ogni mezzo a disposizione. È difficile ma abbiamo il dovere di provarci”.
L’assessore al welfare del comune di Bari pronuncia queste parole ai funerali di un clochard di 41 anni morto in strada in un giorno di luglio. Di origine romena, era solo, rifiutava di essere ospitato al dormitorio pubblico, non accettava l’aiuto dei volontari, non si conoscevano i motivi di una sofferenza che lo teneva lontano dagli altri, anche da chi gli voleva bene. Era tuttavia una presenza con la quale la città aveva legami di tenerezza anche se forse mai detti.
L’arcivescovo di Bari-Bitonto aggiunge nel suo messaggio: “Se è vero che nessun familiare ha potuto accompagnarlo è altrettanto vero che una comunità ha scelto di non lasciarlo solo. Questo ci ricorda che la fraternità non nasce dal sangue ma nella capacità di riconoscere nell’altro un fratello affidato alla nostra responsabilità”.
Non è un caso isolato quello della morte di un senzatetto nella via centrale di una città ma non è così frequente che la stessa città si ritrovi, non formalmente, per l’ultimo saluto a un uomo vissuto ai suoi margini pur camminando nel centro.
Con il caldo insopportabile queste morti diventano numeri, entrano nei confronti tra decessi dell’anno precedente, finiscono a fondo pagina dei giornali, ci si abitua a un silenzioso dissolversi di volti e di sguardi.
C’è da tutelare il decoro della città e una persona povera, vagabonda, sporca e maleodorante non vale una fontanella, un vaso di fiori, un’aiuola fiorita. Anzi ne compromette l’immagine.
Ci sono sindaci che si vantano di aver salvato la bellezza artistica, architettonica, paesaggistica della loro città allontanando i clochard dal centro. Eppure, nel cuore di Roma, attorno al colonnato di piazza san Pietro ogni notte sotto cartoni o teli dormono uomini e donne “senza fissa dimora”.
Non per questo viene meno il decoro di una piazza e da quell’umanità notturna viene una domanda di fraternità e di giustizia.
Quelle presenze-assenze hanno occhi, cuore e mani. Hanno una dignità che chiede di essere accolta e rispettata perché anch’esse, non mendo di un vaso di fiori e di una fontanella, sono tratti del volto di una città.
Questo non significa accettare disordine e illegalità ma la risposta non può essere l’allontanamento per ragioni di decoro. Non ci vuole molto per passare dalla cultura del rifiuto del diverso alla violenza che in questi giorni a Milano ha provocato per mano di alcuni ragazzi ustioni a un clochard addormentato su una panchina.
Non è compito solo delle istituzioni, c’è una società che deve ripensarsi per non spegnersi nell’individualismo, c’è una comunità cristiana chiamata a testimoniare che accogliere il diverso non è un’utopia e che la legalità come il decoro non possono diventare alibi per escludere. Per dire infine che tutto questo non è fare politica ma è dire parole e compiere fatti di Vangelo.