Idee
Come nascono i bambini? Cosa sta succedendo al mio corpo? In che modo posso evitare di instaurare una relazione tossica? Sono solo alcune delle domande che bambini e ragazzi formulano a scuola, nell’ambito dei percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, finiti al centro del dibattito dopo l’approvazione del disegno di legge – ora legge 104/2026 (entrata in vigore il 7 luglio) – sul “consenso informato preventivo delle famiglie”.
«Il livello di conoscenza che troviamo varia molto dall’ordine e grado di scuola, ma c’è tanta eterogeneità anche all’interno della stessa classe» racconta Monica Coppola, sessuologa della cooperativa sociale La Bottega dei ragazzi, che da anni attiva percorsi di educazione sessuale-affettiva-relazionale nelle classi quinte della scuola primaria e nella scuola secondaria di primo e secondo grado. «Alla primaria incontriamo bambini e bambine che conoscono già i nomi scientifici degli organi genitali, spesso appresi attraverso la lettura di un libro, ma anche altri che non hanno alcuna conoscenza di base, anche per la difficoltà di alcuni genitori ad affrontare questi temi» spiega Coppola, che aggiunge: «Ci è capitato di approcciare anche ragazzi e ragazze della scuola secondaria di primo grado che non avevano familiarità con la terminologia corretta».
Le domande, che emergono durante confronti in cerchio o attraverso quesiti anonimi, cambiano con l’età. Alla scuola primaria riguardano soprattutto come nascono i bambini e la gravidanza, con «interrogativi diretti e una forte richiesta di aiuto nella comprensione» precisa Coppola. Alla scuola secondaria di primo grado si concentrano invece sui cambiamenti del corpo, dal ciclo mestruale alla pubertà, e sulle malattie sessualmente trasmissibili. Con la crescita emergono poi dubbi sulle relazioni – come evitare rapporti tossici, il controllo e la gelosia – fino ad arrivare, soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado, ai temi dell’aborto e della contraccezione.
Dietro molte domande, soprattutto quelle sulle relazioni, si nascondono paure: «Diciamo ai genitori di mostrare tutta la parte bella delle relazioni – afferma Coppola – perché altrimenti i ragazzi partono già con la paura di entrare in una brutta relazione. Per questo l’educazione sessuale-affettiva-relazionale che portiamo nelle classi ha anche come obiettivo quello di restituire l’idea di una sessualità “positiva” che richiede, come tutte le cose belle, tempo e conoscenza prima di sé e poi dell’altro».
A complicare il quadro c’è anche l’accesso sempre più precoce alla pornografia: «L’obiettivo è aumentare consapevolezza e senso critico, aiutando a distinguere tra finzione e realtà e a comprendere che non esiste un’unica modalità “giusta” di vivere la sessualità: questa si costruisce attraverso l’ascolto di sé e dell’altro. Il digitale, in questo senso, ha aumentato esposizione e confusione, con più fatiche e ansie per i ragazzi».
Rispetto alla legge 104/2026, La Bottega dei ragazzi sta attendendo di capire con più precisione quali saranno le indicazioni operative. «Tra le ipotesi già sperimentate – spiega la sessuologa – c’è quella di implementare la formazione degli insegnanti e di concentrarsi sul benessere emotivo, sul rispetto e consenso nelle relazioni. Il rischio di un’eccessiva burocratizzazione, dovuta anche alla raccolta del consenso informato, potrebbe essere un disincentivo per le scuole a investire su tali progetti e sul benessere dei minori».
«Entrando nelle classi raccogliamo il bisogno di bambini e ragazzi di essere ascoltati su temi che spesso vengono sottovalutati o ridotti a questioni a sé stanti» aggiunge Raffaele Sammarco, psicologo e psicoterapeuta della cooperativa sociale L’Iride, anch’essa impegnata a portare in diverse scuole del territorio “percorsi di educazione all’affettività, relazionalità, sviluppo, crescita, sentimenti e amore”. Una denominazione, quest’ultima, adottata dalla cooperativa già da quest’anno scolastico, anche in considerazione del nuovo quadro normativo, nel quale il termine “sessualità” viene sostituito da “crescita”.
«Nell’era digitale i ragazzi sono esposti a molte informazioni poco codificate e cercano una chiave di lettura che non è solo scientifica, ma anche e soprattutto affettiva» afferma Sammarco. Per questo i percorsi della cooperativa si strutturano a partire dalle loro domande. «Naturalmente – precisa – sta a noi accogliere le loro domande “aprendo” dove c’è da aprire e “chiudendo” quando è prematuro, cerchiamo però il più possibile di dare risposte».
Anche gli interrogativi, del resto, seguono ciò che accade nella società. «Siamo partiti anni fa con alcuni temi predefiniti, ma nel corso del tempo abbiamo notato che arrivavano domande sempre più specifiche, ad esempio sul femminicidio, segno di quanto i ragazzi assorbano ciò che accade intorno a loro e sentano il bisogno di comprenderlo. Per questo abbiamo inserito un nuovo modulo chiamato “educazione alla fine di una relazione”».
I percorsi di educazione affettiva e sessuale a scuola non escludono i genitori, ma li coinvolgono fin dall’inizio. Entrambe le cooperative intervistate – La Bottega dei ragazzi e L’Iride – prevedono sempre un incontro preliminare per presentare metodologie, contenuti e obiettivi e uno finale di restituzione su quanto emerso in classe, che diventa anche un’occasione di confronto su come affrontare questi temi in famiglia. Spesso sono gli stessi genitori a chiedere questi percorsi e a suggerire di toccare temi su cui sono in difficoltà nella spiegazione.
«Il consenso delle famiglie per i percorsi di affettività e sessualità può essere comprensibile in linea generale, ma nella pratica comporta dei rischi». A dirlo è Federica Silvoni, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo di Albignasego. «Non è scontato che tutte le famiglie abbiano gli strumenti culturali per parlare di sessualità, ma anche di affettività, e la Costituzione ci dice che la scuola deve “togliere gli ostacoli e portare allo sviluppo delle persone”. Per questo rivendichiamo il nostro compito di offrire ai ragazzi opportunità di crescita, anche per scongiurare che resti escluso chi ne ha più bisogno».
E poi c’è il tema del dialogo in famiglia nell’adolescenza. «Spesso i ragazzi non vogliono affrontare questi argomenti con i loro genitori, ma con qualcun altro – sottolinea Silvoni – A scuola hanno la possibilità di confrontarsi con esperti che “sanno come prenderli” e trovano uno spazio in cui confidarsi e sentirsi ascoltati».
Ma se la scuola viene limitata nella possibilità di proporre percorsi di educazione alla sessualità, dove si (in)formano i ragazzi? «Rischiamo di lasciare un vuoto che viene subito riempito dal web – afferma la dirigente – dove i ragazzi incontrano modelli molto eterogenei di sessualità, tra cui quelli pornografici. Dal momento che sappiamo che hanno accesso a questi contenuti, vale la pena lavorare in parallelo, offrendo loro una prospettiva diversa e qualche strumento in più per interpretarli».
Un ruolo centrale nell’istituto comprensivo di Albignasego è affidato all’educazione all’emotività. «Fin da piccoli si lavora sul riconoscimento e sull’espressione delle emozioni, mentre i percorsi specifici di affettività e sessualità iniziano dalle classi quinte con attività calibrate sull’età. I bambini hanno curiosità e hanno diritto di fare domande. Mi atterrò alle indicazioni del Ministero, ma non rinunceremo ai percorsi di educazione all’emotività».
Nella comunicazione istituzionale che ha accompagnato l’approvazione della legge compare anche il riferimento all’“ideologia gender”, assente però nel testo definitivo. «Non esiste evidenza scientifica di questa formulazione. C’è piuttosto la paura legata alla non condivisione di alcuni orientamenti sessuali. L’errore di fondo è pensare che i ragazzi siano solo teste da riempire e che basti parlare di qualcosa perché “diventino così”. In realtà sono già esposti a un mondo e, se noi adulti non riusciamo a essere “adulti significativi”, abbiamo molte meno possibilità di accompagnarli nella crescita».
Accanto alla dirigente, il lavoro sul campo è affidato alla psicopedagogista Barbara Pastò, che segue anche lo “spazio di ascolto” nella scuola secondaria di primo grado insieme ad altri due professionisti. L’équipe è nata a seguito della crescita delle richieste da parte degli studenti. «Nei ragazzi leggiamo una sorta di disorientamento: i loro riferimenti sono la musica, i social, la rete. Quando ci portano certe domande osservano le nostre reazioni e da quelle imparano come leggere ciò che vivono. Proprio
per questo hanno bisogno di adulti che non si spaventino e sappiano restare saldi: più ci vedono capaci di affrontare questi temi, più riescono ad affrontarli anche loro».
Lo “spazio di ascolto” è un contesto riservato che funziona grazie alla sinergia con docenti e famiglie, ma anche grazie agli esperti che si occupano dei percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, che «ci hanno dato modo di avere ulteriori occhi e orecchie» spiega Pastò.
In questo contesto i ragazzi portano molte questioni legate alle relazioni con i pari o in famiglia e ai primi innamoramenti. «Sicuramente hanno bisogno di essere accompagnati anche rispetto a temi come identità o orientamento sessuale e l’uso smodato del web, dalle chat ai social, porta questioni sempre nuove. Fortunatamente – conclude Pastò – possiamo contare su un’altra “rete” importante: quella con i servizi sanitari e sociali del territorio, che permette di affrontare anche le situazioni più complesse».
«Non ci poniamo mai in modo conflittuale o competitivo con le famiglie: cerchiamo sempre la collaborazione e tutti i percorsi sono presentati ai genitori» sottolinea la dirigente scolastica Federica Silvoni. Una collaborazione che, osserva la psicopedagogista Barbara Pastò, è già parte integrante del lavoro: «I percorsi vengono condivisi con le famiglie e, in alcuni casi, abbiamo organizzato percorsi paralleli tra ragazzi e genitori». La vera criticità, secondo Silvoni, è piuttosto riuscire a coinvolgere davvero le famiglie: agli incontri informativi, racconta, la partecipazione è spesso limitata, rendendo più difficile un confronto consapevole sui contenuti proposti.
Pubblicata in Gazzetta ufficiale il 22 giugno scorso, la legge 104/2026 introduce nuove disposizioni per le attività scolastiche che riguardano «temi attinenti all’ambito della sessualità». Nelle scuole dell’infanzia e nella scuola primaria sono escluse attività didattiche, progettuali o di altra natura su questi temi. Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (medie e superiori), invece, la partecipazione richiederà il consenso informato dei genitori, o dello studente se maggiorenne, da acquisire almeno una settimana prima dell’inizio delle attività. La scuola dovrà comunicare obiettivi, contenuti, modalità di svolgimento ed eventuale presenza di esperti esterni, mettendo a disposizione anche il materiale didattico. In caso di mancato consenso da parte della famiglia o dello studente maggiorenne, dovranno essere garantite attività formative alternative.
Nella definizione delle attività extracurriculare ciascuna scuola, o istituto comprensivo, si muove in autonomia. Ascoltando i bisogni degli studenti, ascoltando le richieste dei genitori, rispondendo alle sollecitazioni del territorio in cui si trova la scuola. Nel rispetto della normativa che regola, appunto, le attività extrascolastiche. Questo vale anche per i percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, che ora “rispondono” alla legge 104/2026.