Idee
Il finale dell’enciclica Magnifica Humanitas ci offre un’immagine e quattro imperativi che riassumono bene il senso di tutto il documento.
Papa Leone descrive questo nostro tempo come un cantiere. In ogni cantiere le cose sono confuse, polverose; il luogo non è ancora abitabile o usufruibile, ma è promettente. Ciò che rende un cantiere diverso da una discarica sono un progetto e qualcuno che vi lavora. Giorno dopo giorno, il risultato diventa visibile e apprezzabile.
Il nostro tempo è un cantiere: per renderlo umano abbiamo bisogno di un progetto e dell’impegno di tutti. Anche in questa immagine riecheggia la richiesta di Papa Leone di sporcarsi le mani. Non servono lamentele, non servono scenari apocalittici. Piuttosto abbiamo bisogno di idee giuste e di impegno grande.
Il Papa li chiede anzitutto a tutti i grandi soggetti coinvolti in questa trasformazione così potenti: imprese, politici, scienziati. Lo chiede però anche a tutti noi, gente comune che sembra più che altro subire quanto sta accadendo, con un misto di preoccupazione e rassegnazione. Ecco i quattro imperativi che Papa Leone rivolge a tutti.
Il primo suona: “Restiamo fedeli alla verità!”. I tempi complessi chiedono sapienza straordinaria e discernimento saggio, che non faccia perdere le cose importanti. La sapienza cristiana, con il suo ottimismo radicale e la custodia indefessa di ogni persona, soprattutto se piccola o fragile, ci offre un quadro saggio in cui rileggere quanto stiamo vivendo. Non dobbiamo avere paura: siamo attrezzati per questo cambiamento.
Da qui il secondo imperativo del Papa: “Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi!”. Le stagioni di cambiamento impongono approfondimenti nuovi e scenari diversi. Sì, è questo il tempo in cui tornare a leggere e informarsi, anche a discutere insieme. Per non rimanere schiavi di chi urla di più o ammutiti davanti al forte di turno. Lo dobbiamo fare noi per primi – dice il Papa – lo dobbiamo offrire alle giovani generazioni, che ancor più di noi vivranno la fatica di questa transizione.
“Curiamo le relazioni!” è il terzo consiglio. Il numero 239 dell’Enciclica, che introduce questo imperativo, merita di essere letto per intero: “In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale”.
Se qualcuno è nostalgico degli esami di coscienza di una volta, queste parole ne sono la versione del XXI secolo: un piccolo trattato di buona umanità al tempo dell’intelligenza artificiale. Cura, tenerezza, attenzione, bontà; la tavola imbandita, la visita alle persone sole, il servizio ai poveri, la domenica in parrocchia. Così si vive in questo tempo.
E infine: “Amiamo la giustizia e la pace!”. Il primo merito di questa enciclica è quello di evidenziare la giustizia quale tema decisivo per il nostro tempo. È una parola che raramente appare negli infiniti dibattiti sull’intelligenza artificiale. Papa Leone la impone: parliamo di giustizia e di pace. Chi ha qualche anno, ricorderà la stagione in cui questi erano i temi all’ordine del giorno. Poi ci siamo rassegnati, forse delusi… è questo il tempo di una rinnovata passione civile che veda i credenti al servizio del bene comune?
Il Papa sembra non avere dubbi: “Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere” (MH 241).