Idee
Il rischio di guardare al miracolo come qualcosa di meccanico e ubbidiente a schemi umani, troppo umani, è affrontato da un pedagogista e imprenditore sociale, Johnny Dotti, e da un sacerdote, insegnante e educatore, Mario Aldegani. In “Credi tu questo? Gesù, i miracoli e noi” (Vita e Pensiero, 148 pagine, 16 euro) i due autori parlano infatti delle umane aspettative di prodigi da parte di Gesù -ma anche quelle narrate nell’Antico Testamento- nei percorsi evangelici. Con una serie di soste meditative che offrono la possibilità di riflettere su una dimensione che offre sorprendenti spinte alla riflessione. Ad esempio quando gli autori fanno notare che sono in genere gli ultimi, “i poveri in ogni senso”, a ricevere il dono del miracolo. E soprattutto quando invitano ad una riflessione che ci porta molto lontano.
Dietro e dopo lo stupore dei presenti non c’è la volontà di un mago che desidera stupire con una manifestazione di potenza oltre-umana. Non c’è in Gesù la volontà di meravigliare per aumentare la propria fascinazione sulle masse. C’è invece un invito alla speranza che è anche un rovesciamento delle dinamiche sociali del tempo, a favore di coloro che vivevano ai margini e che non avrebbero mai potuto fare affidamento sul potere del denaro o della posizione sociale. E quando appaiono i potenti è proprio lì che si manifestano i limiti assoluti della loro forza materiale, politica ed economica, perché il Nazareno compie quello che nessun’altra forza terrena è in grado di operare.
Ed è quando gli autori arrivano alla resurrezione di Lazzaro, narrata da Giovanni, che si può toccare con mano la profondità di tanti particolari del racconto, come quello dell’attesa da parte di Gesù prima di arrivare al suo antico amico, quando ormai è umanamente tardi, e soprattutto di un episodio che non sempre si ricorda o viene approfondito: “Gesù scoppiò in pianto”. Una inattesa testimonianza dell’essere uomo del Cristo, la sua partecipazione al dolore della mancanza, dell’assenza e della sofferenza.
Giovanni ci sta dicendo qualche cosa che abbiamo talvolta rimosso: l’essere uomo di Gesù non è solo partecipazione della carne, ma anche dello spirito umano, fatto di condivisione, speranza, addii. Gli autori vanno oltre la singola morte di un uomo, oltre che amico di Gesù, per attualizzare questo lutto causato dalla perdita dell’altro e per entrare in quello, diverso ma anch’esso radicale, della perdita del sé: la fine della nostra vera essenza per divenire automi che seguono i nuovi culti del possesso fisico, della merce, del godimento e della soddisfazione dei sensi. Una soddisfazione che lascia, invece che gioia e piacere, un senso di stordimento e di nausea, noia e insoddisfazione. Ecco che i racconti dei miracoli verso i poveri e gli indifesi acquistano il loro senso di comunità nell’essenziale, in un mondo in cui lo ieri del lusso dell’aristocrazia e l’oggi del consumismo esasperato rappresentano la morte dello spirito, la notte dell’anima.
La pienezza di cui si parla in questo libro è esemplata, e fanno assai bene gli autori a ricordarlo, nel Matteo delle Beatitudini, che per lo scrittore François Mauriac è la “Magna Charta” del cristianesimo, perché in quel vero e proprio, veritiero canto, sono rappresentati coloro che Gesù ascolta, e talvolta guarisce: coloro che hanno fame e sete, e non solo di giustizia, i poveri non solo in spirito, gli afflitti, coloro che cercano la pace, i perseguitati, gli umiliati.
Perché, suggerisce questo libro, sono proprio la mancanza, il vuoto, l’inevitabile crisi nel nostro percorso che rendono possibile l’esperienza, il miracolo della felicità, e dell’incontro. Con Dio, e con l’altro.